sabato 22 luglio 2017

Fuori, nel mondo, l'estate si trascina morente...

"...Questa era Golcônda e questa fu, per sette sciagurati secoli. Qui Deimno’shin’n fondò la leggenda della Bestia, dell’Urbe dei Dannati e della Gehenna del Re Demonio. Una leggenda tanto terribile e radicata da sopravvivere nella cultura di molti popoli anche a distanza di millenni. Qui il sangue scorse nelle strade e l’Entropia ribollì nelle piazze. E qui colui che, folle di bramosia, ha risvegliato l’antico flagello trova un rifugio sicuro nell’impaziente attesa di ridare vita alla leggenda.

Quattro figure s’appressano agli antichi bastioni della città. Non sanno molto della lunga storia della mostruosa creatura di pietra nera che usurpa e oltraggia l’intera valle. Conoscono i nomi con cui molti prima di loro l’hanno appellata – Sangue, Sofferenza, Disperazione, Morte – ma per loro sono parole vuote che poco spazio trovano nei cuori già colmi di determinazione e cupa inquietudine. Hanno un obiettivo da perseguire e, dopo tutta la strada che hanno percorso per raggiungerlo, nelle loro menti stanche c’è posto per un pensiero soltanto: arrivare in fondo.

Fuori, nel mondo, l’estate si trascina morente sul sentiero delle ultime settimane. Laggiù, nel bel mezzo del sepolcro delle Montagne di Smeraldo, l’aria è attonita e sbiadita, colma del puzzo metallico del sangue. Sembra in attesa di quello che accadrà. Nel cuore della Gehenna, potrebbe essere qualsiasi stagione.

Oppure nessuna."



venerdì 23 giugno 2017

Il Crepuscolo - 2

"Rudger Rembrandt, Primo Generale di Saëgata, osservava sconcertato lo sfacelo del presidio di frontiera nel vallone sotto di sé. Alle sue spalle, la truppa mormorava. Era stato lui, allorché gli esploratori gli avevano riferito delle colonne di fumo che si levavano dal fondovalle, a ordinare che proseguissero tutti assieme in quella direzione invece di mandarli a indagare più da vicino. Il sole scompariva presto oltre le cime, là sulla Cordigliera, e Rudger non era entusiasta dell’idea di accamparsi senza avere dato personalmente un’occhiata. Secondo le guide e le mappe, quello era il più settentrionale fra i presidi che sorvegliavano i confini del Principato di Saëgata, stabilito a cavallo dell’angusto valico che fendeva la catena montuosa a metà fra i rami tributari del fiume Arrena. Avevano seguito la mulattiera fino alla cresta della balza affacciata sul vallone. Lì s’erano fermati, a contemplare il disastro.

Non era un semplice presidio distrutto, raso al suolo nella maggior parte degli edifici di pietra e fumigante in quel poco che ancora resisteva in piedi, lentamente consumato dalle ultime, pervicaci vampe dei roghi ancora caldi. C’erano cadaveri ovunque, sparsi per la valle incrostata di ghiaccio e lingue di neve vecchia. A quella distanza, nella luce debole del giorno morente, non era possibile distinguere le ferite, ma la disposizione caotica con cui erano accasciati palesava gli indizi della lotta. C’erano cadaveri ovunque e ce n’erano nella grossa buca scavata oltre il perimetro recintato del presidio, circondata da enormi mucchi di legna carbonizzata. All’inizio il Primo Generale pensò a una fossa comune che le pale avevano avuto modo di ricoprire solo in parte. Poi, studiando meglio il terreno malamente dissodato e i mucchi di terra e pietrisco gettati senza criterio ai suoi lati, si rese conto che la fossa era stata piuttosto riaperta. Stava domandandosi chi mai, per la grazia degli dèi, avesse avuto in animo di perpetrare una simile profanazione, quando l’esclamazione turbata di uno dei suoi esploratori lo spinse a volgere l’attenzione verso il centro del presidio, dove spiccavano le pareti annerite ma ancora intatte della caserma principale. Lo stendardo bianco-verde di Saëgata sbatteva flaccido su ciò che rimaneva della torre di guardia, schiaffeggiato dalle folate gelide che spiravano per la gola. Ai suoi piedi, immersi in una pozza di tenebra foderata di neve sporca, stavano dozzine di corpi accatastati.

L’esploratore che aveva esclamato studiava a bocca aperta la torre attraverso un cannocchiale foderato di cuoio. Rudger glielo strappò letteralmente di mano, in uno scatto di nervosismo. Puntò lo strumento alla base della fortificazione e subito l’irritazione defluì insieme al sangue dal suo cervello.

Non erano cataste di cadaveri. Erano cataste di pezzi di cadaveri. Pile di teste, cumuli di membra. Rudger scandagliò di nuovo il vallone e vide quello che la distanza sulle prime gli aveva negato: i corpi erano quasi tutti mutilati, privati di parti del corpo o ferocemente dilaniati. Tornò a esaminare la fossa scoperta. Laggiù i cadaveri erano nudi e oltremodo rinsecchiti, ma almeno erano ancora interi.

– Sangue di Volkos… – A imprecare fu il comandante dei Lupi Grigi che, rimediato anch’egli un cannocchiale, aveva appena terminato di contemplare il suo stesso spettacolo. – Che pandemonio è mai accaduto, mio sire?

Rudger abbassò il cannocchiale. Il cielo violetto dell’imbrunire proiettava la sua immane ombra a guisa di pietoso sudario sulla valle. La notte allungava le falangi di ghiaccio a carezzarli sullo sperone di roccia proteso sulla mattanza; là sulla Cordigliera, la primavera era poco più d’una illusione, una promessa ancora difficile da mantenere. Rudger rabbrividì sotto la corazza. Udì gli uomini borbottare agitati. Persino i Lupi Grigi, orgoglio e vanto di Kaisersburg, faticavano a nascondere l’inquietudine. Il Primo Generale non li biasimava, poiché ne condivideva il raccapriccio.

Poi emersero dalle ombre. Da soli o in piccoli gruppi. Forme nere partorite dal ventre devastato del presidio. Alcune strisciavano appesantite dal fardello dei propri corpi contorti, altre avanzavano spedite scivolando sulla sassaia cosparsa di morti. Nude o abbigliate di stracci. Parecchie indossavano ornamenti macabri strappati dalle carni stesse dei cadaveri.

Rudger si concesse un solo istante di puro ribrezzo. – Uomini! – abbaiò quello seguente snudando la spada. – Alle armi!"



domenica 4 giugno 2017

Il Crepuscolo

"Loïc Tissier congedò con un sorriso artefatto lo scrivano cui aveva appena dettato gli ultimi capoversi del rapporto sanitario da spedire a Saëgata. Il ghigno, cortese ma privo di allegria, permase come un crampo sul suo viso scavato anche quando l’attendente si fu chiuso la porta alle spalle, lasciandolo solo nella stanza modesta che costituiva la sua accomodazione privata in quel paesello sperduto alle falde delle montagne.

Si alzò in piedi, fece scorrere il chiavistello alla porta, tirò le tende davanti alle finestre. Agì con la calma metodica che gli era solita, senza fretta. Mise ordine fra le poche cose che attrezzavano il piccolo scrittoio ad angolo. Ne abbassò la saracinesca e si guardò allo specchio appeso di fronte. La superficie unta e la penombra addensavano la sfumatura delle occhiaie profonde. Sbottonò lentamente la camicia fino a scoprirsi il petto magro. Il sorriso contratto tremolò. La pelle pallida, sudaticcia nonostante il clima rigido della primavera pedemontana, era deturpata da piccole piaghe purulenti. Si annidavano a grappoli sotto le ascelle e fra i ciuffi di peli ferrigni che gli incoronavano i capezzoli. Erano circondate da un’aura cinerina dove la pelle tendeva a squamarsi scabbiosa. Era cominciato da un paio di giorni e procedeva come sempre a buon ritmo. Si toccò un angolo della bocca, dove la carne aveva iniziato a sfarinare. Aveva già individuato altri focolai nelle zone genitali e tra le dita dei piedi. Il bruciore che gli pizzicava la narice sinistra lo informava dell’ennesimo nucleo d’infezione attivo. Le labbra furono scosse da un tremito. Le incurvò in una smorfia aspra, come se avesse ingollato una pozione dal sapore pungente.

Reinserì uno a uno i bottoni della camicia nelle asole, sempre con lo stesso scrupolo quasi maniacale. Puoi travisare un sintomo, soleva dire il suo precettore di epidemiologia all’università di Saëgata, lo puoi trascurare… ma non puoi fingere di non averlo visto senza ingannare la tua onestà intellettuale. Ne aveva visitati troppi per illudersi. Ne aveva fatti rinchiudere a decine nel confino spietato della quarantena. L’incubo di quello che aveva visto e udito oltre i recinti di segregazione l’aveva privato del sonno delle ultime settimane. Disperazione, violenza e…

Deglutì a vuoto, deciso a non dragare il fossato putrido della memoria. Aveva udito voci di quarantene date alle fiamme nei pressi dei valichi occidentali. I soldati, morti, contagiati o più semplicemente fuggiti, non erano più in grado di tenere testa alla situazione. La pressione dei profughi che attraversavano la Cordigliera aumentava di giorno in giorno.

Sarebbero giunti presto alle stesse drastiche contromisure anche laggiù.

Aprì la cesta di vimini sotto la scrivania. Ne estrasse un foglio di pergamena arrotolato e assicurato da uno spago sigillato con la ceralacca. Lo posò con delicatezza sulla cima della saracinesca abbassata. La smorfia in cui s’era trasformato il ghigno iniziale era adesso stata sostituita da un sorriso rilassato, pregno di amarezza e solitudine. A parte la pergamena, il cesto conteneva un altro oggetto ripiegato sul fondo. Un rotolo di fune robusta, la cui estremità aveva annodato a cappio nelle ore più buie della notte. Ne accarezzò per qualche istante la sinuosità ruvida, prima di tirarlo fuori.

Pregò gli dèi affinché avessero misericordia di coloro che fossero stati chiamati ad arginare quella pazzia, intanto che faceva scorrere la fune sulla trave portante del soffitto."




martedì 23 maggio 2017

L'intervista che non t'aspetti...

Negli anni di interviste ne ho fatte a decine, tra radio, TV, fiere, riviste, web... ma una che coinvolgesse direttamente un paio dei miei personaggi, al posto del sottoscritto, proprio no!

Mutio e Thorval ospiti di Altea Alaryssa Gardini e delle sue domande molto poco discrete... ;)


venerdì 5 maggio 2017

Meet the Characters - L'Estraneo

Puntata speciale per la carrellata di personaggi de "Il Richiamo del Crepuscolo", dedicata a colui (colei? costui? costei?) cui tocca onore ed onere di conferire il titolo all'intera saga...

L'Estraneo, per l'appunto.

.....

Come un’ombra scivolata oltre la coda dell’occhio distratto, egli vaga.

Per le contrade degli uomini, lungo le vie segrete sepolte sotto la pelle di campagne e città. Viaggia attraverso la ragnatela occulta intessuta nell’epidermide delle carrarecce che solcano colline, selve e pianori, inseguendo il corso delle rotte recondite nel labirinto di vicoli angusti dei borghi affollati. La notte, perlopiù, quando la tenebra è alleata del passo discreto; talvolta di giorno, là dove l’ala dell’ombra si spiega di nascosto al sole di primavera.

Nessuno di coloro che incrocia lo rende mai oggetto d’una occhiata consapevole. Lo sbirciano per il tempo d’un battito di ciglia. Tutto ciò che resta loro è l’alone torbido di un brano di memoria, il riflesso cupo di quell’ombra scorta ma non del tutto registrata; un sussulto inatteso, un disagio fosco. Molti lo sognano la notte successiva, eppure quando si destano sudati non riescono a definire lo spettro onirico evocato dal ricordo fugace. Vi riflettono in preda all’ansia, ma presto la reminiscenza sfuma e la mente non è più capace di ricordare l’oggetto di tanto turbamento. Talora, di rado, si ferma a parlare, chiedere, interrogare. Riceve risposte borbottate, parole nolenti di chi ha fretta di allontanarsi prima di dovere ammettere l’inquietudine che gli monta nel petto. Avvolto dai miasmi untuosi delle taverne appartate, o nel buio serale dei crocicchi isolati di campagna, adesca il passante occasionale e ne ottiene lo scampolo d’informazione di cui abbisogna; poco dopo è già svanito, e il ricordo è l’impronta indefinita d’un brivido sulla pelle.

Vaga, e non sempre il cammino è deciso. Ci sono frangenti in cui la ragione pare offuscata dallo stesso inchiostro fluido della tenebra di cui s’ammanta. Barlumi d’oscurità che sbocciano nella mente, eclissi d’intelletto che lo costringono a indugiare il passo, a nicchiare, rallentare.

Finché l’inchiostro si riassorbe ed egli riprende a vagare.

Fiuta la scia dei cacciatori che lo inseguono e quella più acre della paura che pretendono di ignorare. Lo temono, giacché sanno che non esiste preda e predatore, bensì una pavana complessa in cui i ruoli mutano a ogni ciclo della marea. Altri a venire saranno invitati alla danza, altri attori sul palco a mescolarsi di posto e costume. C’è chi già sogna l’odore appassito del suo strascico di tenebra. Sente l’aroma conturbante di chi c’è e di chi ci sarà.

Ancor più, tuttavia, sente il richiamo sinistro del sole che preme per tramontare sul mondo.




giovedì 20 aprile 2017

Meet the Characters - Uldrich

Nuova puntata di presentazione dei personaggi chiamati sul palco del "Richiamo del Crepuscolo", e stavolta è il turno di qualcuno che eviterei se non strettamente necessario di prendere di petto (o, peggio, alle spalle)...
Uldrich Zimmerman.
Semplicemente noto in ambienti poco raccomandabili come il Rosso.
PS: il disegno è uno degli schizzi privi di pretese elaborato a suo tempo per fissare qualche tratto somatico del personaggio, abbozzato su carta qualsiasi e stropicciata. ;)

.....

Olaf sorrise distratto alla cameriera che gli porgeva la scodella di uova sode e formaggio e il calice di vin cotto che aveva ordinato. Quella parve risentita del disinteresse che mostrò per la scollatura discinta che si era chinata per mettere in evidenza. Raggranellò i ducati d’argento del conto e s’allontanò sculettando indispettita. Olaf non le diede peso; era là per altro che sbattersi le puttane che servivano ai tavoli.


Il suo uomo era seduto al bancone. Beveva e parlottava con l’inserviente che mesceva dalle botti accatastate al muro. Una calca chiassosa era pigiata nello spazio che li separava. L’odore del sudore era forte, mischiato a quello dell’alcol e del vomito. In un angolo si giocava ai dadi. Olaf sorseggiò il vino mentre seguiva le fasi di una partita accanita. Strepiti e bestemmie, denaro che passava velocemente di mano. Un giocatore che aveva alzato troppo il gomito perse la puntata e provò ad accusare chi teneva il banco di averlo ingannato; furono i suoi stessi amici a trascinarlo via, prima che si mettesse nei guai. Scostò dagli occhi una ciocca dei capelli riccioluti e tornò a sorvegliare il bancone.

Il suo uomo era sparito.

Olaf sbatté le palpebre irritate dal fumo. Si era distratto soltanto pochi istanti. Perlustrò la taverna affollata senza scorgerne traccia. Dove diavolo s’era ficc…

- Cerchi qualcuno?

Uldrich si materializzò come d’incanto dall’angolo cieco della sua visuale. Sorrise sornione al suo sobbalzo e, prelevata una sedia dal tavolo a fianco, la usò per accomodarsi di fronte a lui.

- E tu chi sei? - Olaf recuperò in fretta la calma.

Uldrich teneva due boccali colmi di birra nella mano destra. Li piazzò in mezzo al tavolo, scostando il calice già presente. - Qui dentro il vinello cotto lo bevono solo quelli che schifano le donne. Siccome il tuo grugno mi pare virile, ho pensato fosse meglio portarti qualcosa di più appropriato. - Parlava in tono pacato e confidenziale. - Kaiser Ale, la Birra del Condottiero. Un po’ dolce, forse, ma non ero sicuro dei tuoi gusti precisi.

- Chi t’ha dato il permesso di sederti al mio tavolo? - ringhiò Olaf.

- Detto da uno che mi sta alle calcagna da mezzo pomeriggio, non suona molto corretto.

- Che cazzate vai dicendo? - Olaf fece scivolare una mano sotto al tavolo; le dita si strinsero sul pugnale alla cintura.

Uldrich puntò i gomiti sul tavolo per sporgersi di un palmo. - Ho passato anni della mia vita ad annusare la puzza delle ascelle di quelli che provavano a ficcarmi il naso negli affari. Non importa quanto bene si nascondano, se impari a percepirne il fetore sono fregati lo stesso. - Conservava sempre il sorriso bonario ma subito sopra gli occhi scintillavano di malizia. - Adesso bevi quella birra e smetti di recitare la farsa della verginella. - Ingollò un bel sorso di Kaiser Ale.

Olaf lo fissò rigido, la mano sul pugnale. - Che vuoi?

Uldrich mise giù il boccale. - Sai come chiamano questa bettola?

Olaf aveva visto il disegno di una luna ghignante campeggiare sull’ingresso. La scritta non aveva saputo decifrarla. Sospettava in ogni caso che l’altro si riferisse a qualcosa di più della denominazione pubblica.

- Il Pozzo. - rivelò Uldrich. - Perché è facile che l’avventore occasionale che non ne conosca bene gli anfratti faccia fatica a risalirne le pareti fino all’uscita. Ne sono scomparsi a mucchi qui dentro, sai? - Il sorriso affabile si dischiuse sui denti ingialliti. - Ti ci ho portato apposta, mano nella mano. E tu mi hai seguito docile.

Olaf sentì un brivido zampettargli lungo la schiena. Fece saettare gli occhi da un angolo all’altro della taverna. Se quel bastardo credeva di poterlo intrappolare tanto facilmente…

- Rilassati, sono qui per parlarti. - Uldrich sembrò trovare la sua reazione divertente. - Se avessi voluto incastrarti mi sarebbe bastato grattarmi una basetta senza scomodarmi dal bancone. Ora stammi a sentire. Guarda verso destra, oltre la mia spalla, a quel tavolo quadrato. Ma fallo con noncuranza.

Olaf ubbidì, senza però mollare la presa sul pugnale. Tre uomini attorno a un tavolo ingombro degli avanzi della cena. Uno sonnecchiava con la testa appoggiata al muro, presumibilmente sopraffatto dall’alcol. Gli altri due parlottavano di qualcosa di leggero, a giudicare dalle risatine che si scambiavano. - Cos’è che devo vedere?

- Quei tre. Sai chi sono? Sbirri della Polizia privata del principe. - Uldrich sorbì piano la birra.

Olaf sbirciò di nuovo. Sembravano in tutto e per tutto degli avventori ordinari. Né l’abbigliamento, dimesso e conforme al locale, né gli atteggiamenti facevano sospettare alcunché d’insolito.

- Persino loro avrebbero difficoltà a lasciare il Pozzo, se lo volessi. Tuttavia hanno le chiappe assai più protette delle tue, se m’intendi. - Ridacchiò di gusto. - Ma la cosa divertente, la cosa davvero divertente, è l’identità della persona di cui stanno spiando i movimenti. - Le labbra carnose di Uldrich si spalancarono in un sorriso. - Te.

Olaf s’accigliò in preda allo smarrimento. - Che dici?!

- Abbassa la voce. - l’espressione mutò all’improvviso in una smorfia aggressiva. - Prendi invece in mano quel cazzo di boccale e sturati le orecchie.

Olaf ubbidì con riluttanza. Agguantò il boccale con la sinistra, tenendo la destra sempre sotto al tavolo.

Uldrich attese di nuovo sorridente che l’altro trangugiasse il primo sorso, poi riprese: - Non mi frega un soldo bucato di chi la Polizia pedina o rinchiude in galera. Quello che invece mi frega è se la loro preda si mette a giocare alla spia con me e così facendo si tira appresso gli sbirri e me li appiccica al culo. Capisci?

Olaf annuì. - Non m’ero accorto di essere seguito.

- Naturale. Non ti sei neanche accorto di come t’ho portato qui al guinzaglio. Non credevo che la Polizia avesse il fegato di arrischiarsi a mettere piede nel Pozzo. Lo scudiscio del padrone deve sferzarli con vigore, di questi tempi.

- Che vuoi da me?

- Per prima cosa, che la smetti di starmi addosso. So chi sei e immagino chi ti manda. Un guerriero saprà pure giostrare con la spada, se non è ancora morto ammazzato, ma questo non basta mica a renderlo adatto a certe altre mansioni. Sarai pure furbo, se ti hanno scelto per seguirmi, ma io sono più furbo di te. Mettitelo bene in testa. Magari avresti la meglio su un campo di battaglia, ma il fango dei vicoli è sdrucciolevole e le ombre che nascondono mortali. Il tuo incarico finisce qui, hai fatto il meglio che potevi, considerato che non era il tuo mestiere. Ultimamente sono stato un po’ in debito di serenità e questo t’ha facilitato il lavoro, ma la mia mente non è abituata a rimanere poco lucida per troppo tempo di seguito.

- Perché non mi fai semplicemente fuori?

- Sarebbe la scelta più logica, ma non è il caso di alzare troppa polvere con quei tre che ti puntano gli occhi addosso. Dovresti ringraziarli, tutto sommato. Quello che adesso devi comprendere è che la partita è chiusa. Hai la Polizia alle costole, ma è un affare che dovrai sbrigarti da solo. Considera il fatto che te lo abbia reso noto come un pegno da parte mia per toglierti dalle palle.

Per la prima volta da quando Uldrich s’era seduto al suo tavolo, Olaf si concesse un sorriso rilassato: - Un gesto magnanimo da parte tua.

- Forse non cogli neppure quanto. - sussurrò Uldrich serio. - Senti dunque cosa faremo. Terminerai di bere la birra che t’ho offerto e ripulirai il piatto dalle pietanze. Poi ti alzerai dalla sedia e ti dirigerai indifferente verso l’uscita, barcollando il giusto per aver tracannato una pinta di Kaiser Ale. Una volta fuori, allontanati prima che puoi dal quartiere. Non è zona da girare la notte, questa.

- E tu?

- Io da questo momento in poi non devo neppure più transitare per caso nel cervello che ti separa le orecchie. E, - Uldrich socchiuse gli occhi mentre si alzava in piedi, - un ultimo consiglio: occhio alla Polizia, si stufano presto di limitarsi a osservare.

Olaf rimase solo con un nuovo groviglio di pensieri. Finì di bere e di mangiare e, come gli era stato comandato, lasciò in tutta fretta il Pozzo.


venerdì 7 aprile 2017

"Il Richiamo del Crepuscolo" finalista al Premio Italia

Quale modo migliore di iniziare il venerdì, che scoprire che "Il Richiamo del Crepuscolo" è finalista per il 'Premio Italia 2017', nella categoria 'Romanzi Fantasy Italiani'?

Vada come vada, la soddisfazione è in tasca, e il mio ringraziamento più sincero è rivolto a chi lo ha votato e a chi, da lunedì, sceglierà di votarlo ancora. :)


mercoledì 29 marzo 2017

Al volgere del vento, dalla cenere e dal sangue, la terra resusciterà...

"Si destò molto lentamente, emergendo dal sonno con incredibile fatica. Si rizzò a sedere e sbatté le palpebre pesanti. Un brivido di freddo gli corse sulle braccia e sulla schiena e gli strappò un colpo di tosse. Afferrò i lembi della cappa per stringerseli al petto. Le orecchie gli ronzavano leggermente, la testa era come disancorata dalle spalle. Lo stomaco gli pesava e non la smetteva di trasmettergli sgradevoli ondate di nausea. Contemporaneamente un’insolita fame lo tormentava: si sentiva come se non mangiasse da una settimana. Deglutì, ma aveva la bocca secca e la gola irritata dal fumo.

Il fumo.

Chinò gli occhi sull’erba coperta di brina. La pipa giaceva capovolta tra i ciuffi: gli era caduta dalla bocca senza che se ne accorgesse, forse un attimo prima che perdesse coscienza. La afferrò tra l’indice e il pollice. La scosse facendo precipitare a terra i resti bruciacchiati del tabacco e grattò via con un dito i rimasugli più ostinati. Infine la ripose nel borsello. Alzò lo sguardo: il falò ormai spento fumava ancora nell’aria fredda, tre uomini in divisa sonnecchiavano acciambellati lì vicino, tutti imbacuccati. Non era l’unico a essersi addormentato senza volerlo, ma non capiva perché Mutio e Raphael se ne fossero andati senza svegliarlo.

Si tirò in piedi stentando a trovare l’equilibrio, era ancora indolenzito. Il campo dormiva avvolto dalle tenebre. Guardò verso levante strizzando gli occhi per cogliere qualche segno dell’alba ma tutto era buio. Malgrado ciò, percepiva che il giorno non era lontano. Aveva viaggiato e dormito abbastanza sotto le stelle per riconoscere la stasi carica di attesa che caratterizza l’ora più buia della notte, quella che precede il sorgere del sole. Tossì di nuovo, questa volta fu un colpo secco: la gola gli bruciò come se fosse stata trapassata da mille schegge. Scrutò con attenzione i confini dell’accampamento alla ricerca delle sentinelle. Non poté vederle ma immaginò che fossero presenti e vigili. Presto avrebbero suonato i corni per dare la sveglia alle truppe.

Raccolse da terra il cappello che gli era scivolato durante il sonno e se lo infilò in uno dei cinturoni incrociati sul petto. Si coprì la testa con il cappuccio della cappa e s’incamminò verso la tenda. Ancor prima di raggiungerla si accorse che Mutio sedeva solitario una ventina di metri fuori dall’ingresso, il capo e le spalle sotto la pesante coperta che di solito adoperava come giaciglio. Gli rivolgeva la schiena e puntava gli occhi a oriente, muto e immobile. Lothar gli si avvicinò senza fretta soffocando il terzo colpo di tosse. Simone udì i suoi passi, si voltò e lo guardò con gli occhi per nulla offuscati dal sonno.

– Che fai da solo fuori dalla tenda? – gli chiese Lothar, e la voce gli uscì roca dalla gola arsa. – Tra poco suoneranno la sveglia. Sarebbe meglio…

– Sssssh… – Mutio si mise l’indice sinistro davanti al naso. – Lo senti anche tu?

Lothar corrugò la fronte. Si accovacciò con il mantello ben stretto intorno al corpo. Il cuoio vecchio degli stivali scricchiolò sotto le cosce.

– Cosa?

Simone alzò la testa, chiuse gli occhi e dilatò le narici inspirando profondamente. Una traccia d’estasi gli affiorò sul volto.

– Il vento, – mormorò senza guardare, – ha cambiato direzione. Non è più freddo e tagliente come prima. Comincia a profumare. È arrivata la primavera.

Lothar puntò lo sguardo verso l’orizzonte buio. Folate blande e intermittenti spazzavano l’erba ingemmata di brina.

– Io sento solo l’odore del freddo – disse osservando con la coda dell’occhio l’orlo sfilacciato del suo cappuccio mosso dal vento. – L’inverno è alle spalle ma la primavera non può spodestarlo da un giorno all’altro. Ci vorrà del tempo prima di vedere i fiori sbucare dalla crosta della terra. Se davvero potremo vederli… Queste contrade mostrano i segni di ferite profonde. Puzzano di morte, non certo di fiori.

Mutio respirò una seconda boccata d’aria. Poi riaprì gli occhi e lo fissò.

– Resusciterà – ribatté con convinzione. – Come dici tu, ci vorrà del tempo. Ma prima o poi, quando i suoi carnefici saranno cenere buona per concimarla, allora resusciterà. Credo che la terra abbia la scorza dura. Noi passiamo, ma le montagne e i fiumi restano. Resusciterà.

– Forse hai ragione.

– Anche se piagata dalla guerra, non può non reagire all’arrivo della primavera. Io sento che l’odore nell’aria sta cambiando.

Lothar e Mutio si guardarono negli occhi per qualche istante. Poi Lothar gli sedette vicino. Sapeva, sentiva che l’Alteano aveva qualcos’altro da dire che non riguardava il cambio di stagione: ricordava la strana distanza della sera precedente. Attese che si esprimesse, ben sapendo che in quei frangenti ogni esortazione è inutile. Dopo un paio di minuti Simone si decise a parlare.

– Mio figlio dovrebbe nascere le prime settimane di primavera – mormorò senza distogliere lo sguardo dall’orizzonte. – Mi chiedo se i suoi occhi si siano già aperti. E, se sì, dove si trovino ora lui ed Helena.

Lothar ascoltò senza intervenire. Simone stava tastando con cautela il proprio dolore, lui sarebbe stato testimone della sua intima sofferenza, l’avrebbe aiutato a sentirne il gusto agro. L’abitudine a soffrire non lenisce la pena, ma la consapevolezza del proprio dolore è un dono indispensabile, benché sgradito, per poterci convivere.

– Sai quale sarà il suo nome? Quale sarà oppure qual è, se è già venuto al mondo?

Quella precisazione fece sorgere una ruga di amarezza sulla fronte di Mutio.

– Se sarà una bambina, Eva. Lo ha scelto Helena. Ma se nascerà maschio, – il suo tono si addolcì e si arricchì di una nota d’orgoglio, – si chiamerà Mikael. E questa è una scelta mia.

– Mikael non è un nome Alteano – constatò Lothar stupito.

– No, certo che no. Ma mio figlio non nascerà in Altea. Mikael è un nome che mi è sempre piaciuto. Quando vivevo ad Amor e conoscevo tanti pellegrini che venivano dai Principati oltre la Cordigliera, i loro nomi mi suonavano esotici, alcuni li trovavo addirittura bislacchi. Nomi che ancora adesso fatico a pronunciare. Ma Mikael mi è sempre piaciuto. Mio figlio nascerà nel Principato di Lum. Se sarà maschio si chiamerà Mikael, se sarà femmina Eva. Alle volte non è facile vivere da forestiero, in una terra che non è la tua. Anche quando non si è davvero forestieri. Capisci cosa intendo? Mio figlio nascerà nei Principati, con un nome adeguato. Non mi piace l’idea di saperlo trattato con diffidenza e intolleranza dai suoi compaesani per colpa di un nome straniero.

– Capisco cosa vuoi dire. La gente sa essere razzista e sospettosa. Noi stessi a volte ci comportiamo così, senza rendercene conto. O forse, in fondo al cuore, sì.

Mutio incassò la testa tra le spalle e tirò le mani fuori dalla coperta. Lothar vide che teneva stretto tra le dita un fazzoletto. Simone lo svolse su un ginocchio. Sul tessuto, liso e ingiallito, era ricamato un disegno ben riconoscibile nonostante un paio di buchi e molte macchie: era un boccale da birra dal quale spuntavano dei dadi e quattro carte da gioco aperte a ventaglio.

– Lo stemma del Boccale del Gioco – disse Lothar.

– Il Boccale del Gioco. – Mutio pronunciò adagio il nome del suo locale. – Sono passati quasi quattro mesi da quando ho detto addio a Helena, a Holser. Quattro mesi. Mi domando ogni giorno dove sia. Al monastero di Fenice, mi rispondo. I sacerdoti l’assistono nella preparazione al parto oppure si congratulano con lei per lo splendido bimbo che ha messo alla luce. Probabilmente. Ma come posso esserne sicuro? Posso attraversare l’oceano a piedi per andare a sincerarmene, per fugare le mie ansie? Serbo come una reliquia il pensiero di lei e di nostro figlio, lo custodisco nel profondo del cuore. Ma è un pensiero che alle volte mi strugge. – Si portò una mano al viso. Osservò per alcuni istanti le rughe che gli solcavano il palmo. Poi, con un gesto lento e sofferto, sollevò la mano e se la passò sui capelli. La chioma castana gli ricadeva sulle spalle tutta arruffata. – Ho promesso a mia moglie che sarei tornato per farmi fare una nuova treccia da lei. I capelli sono ricresciuti. Forse troppo in fretta.

– È quindi giunto il momento dei rimpianti? – chiese Lothar.

– No – rispose Mutio scuotendo la testa. – No. C’è qualcosa in fondo alla mia coscienza che continua a ripetermi che ho compiuto la scelta giusta. È stata ed è ancora una scelta molto dolorosa, lo sarà sempre. Ma non tutte le scelte giuste sono piacevoli. Qualcosa mi dice che è così. Forse è la voce del Destino. Il fato mi ha voluto qui, al tuo fianco.

Lothar tacque. Rifletté sulle ultime parole.

Il Destino, pensò.

– Torneremo? – domandò Mutio bruscamente.

– Non posso saperlo.

– Tu credi che torneremo?

– Forse lo chiedi alla persona sbagliata. Forse dovresti chiedere a Mighal di interrogare il suo diletto Destino.

Mutio fece un sorriso rilassato.

– Ho idea che la cosa non funzioni proprio così.

– Anche io – aggiunse Lothar sorridendo a sua volta."



martedì 14 marzo 2017

"Il Richiamo del Crepuscolo" in nomination per il Premio Italia

Mi hanno segnalato con piacere che "Il Richiamo del Crepuscolo" è tra le nomination proposte da Delos per l'edizione 2017 del 'Premio Italia', categoria 'Romanzo Fantasy'.

Ringrazio in anticipo chi, tra gli aventi diritto al voto, deciderà di riservare la propria preferenza al mio romanzo. :)


mercoledì 8 marzo 2017

Meet the Characters - Rollo

Riprendo dopo qualche settimana la carrellata di presentazione dei nuovi personaggi protagonisti de "Il Richiamo del Crepuscolo", accompagnata da qualche disegno ritrovato nei cassetti.
Siore e siori, ecco a voi il nano Holfgar Bjork'lund. Sapiente, artigiano e tecnologo.
Meglio noto come Rollo.
.....

Le dita di Rollo, tozze e callose quanto quelle di qualsiasi artigiano nano, strofinavano con incredibile levità il panno sul calcio di legno e sulla canna plumbea della pistola. Ne aveva smontato i componenti con cura amorevole, l’aveva puliti e lubrificati. Adesso lucidava la superficie della pistola riassemblata; un’arma gemella, del tutto identica a quella che teneva in mano, era posata su un quadrato di lino ripiegato sullo scrittoio a cui era seduto.
– Giuro di essere integro, nella carne e nello spirito, che il tocco del male non corrompe l’esistenza che con modestia offro al volere di Dio.
La voce profonda di Eusebio spinse Rollo a distrarre lo sguardo dal proprio lavoro. Aveva appena pronunciato il Giuramento di Integrità, preludio all’investitura. Stava ritto in mezzo alla stanza, completamente nudo a eccezione del ciondolo di legno, il corpo muscoloso segnato da una ragnatela di cicatrici assortite. Come un marchio da bestiame, un rozzo tatuaggio di tre lettere grezzamente vergate spiccava sulla sua spalla sinistra: EVX. Forse era solo un’impressione inquinata dal bagliore fluttuante dei lumi, ma il nano avrebbe giurato di riconoscere una punta di commozione nella maschera concentrata di Eusebio.
– Prostrati dunque dinanzi a me, – la voce di Sebastian Arelano, un fruscio di foglie palpate dal vento, – che qui incarno il cospetto di Dio Onnipotente.
Il Rito di Umiltà, rifletté Rollo mentre Eusebio si genufletteva a capo chino. Il vecchio inquisitore immerse i polpastrelli in una ciotola colma di cenere e disegnò una croce a otto punte sulla sommità della sua testa. Rollo aveva assistito già un paio di volte a quel cerimoniale, quantunque le cappelle solenni che l’avevano ospitato avessero poco a che spartire con quell’alloggio profano. Aveva sentito dire che la cenere consacrata era trattata con unguenti che la rendevano terribilmente urticante. Eusebio dal canto suo accettò impassibile che fosse cosparsa sulla propria scarna chioma. L’inquisitore salmodiò qualcosa tra sé.
– Come cenere anonima, tu ti porrai di fronte a Lui. – recitò aumentando di poco il volume. – Umile recipiente della Sua Volontà sarà il tuo spirito, sino a che non lo renderai alla Dimora Celeste.
Sebastian Arelano lo prese per le spalle e lo invitò ad alzarsi. Eusebio obbedì docile, sempre con gli occhi bassi sui piedi scalzi. Si fece condurre a una tinozza d’acqua, rimpiazzo improvvisato dei lavacri di marmo comunemente usati. Là si immerse fino alle ginocchia. Per otto volte l’inquisitore gli asperse il viso con l’acqua gelida. Recitò in un bisbiglio inintelligibile i versi della Litania del Mondamento, a corredo del Rito di Purificazione.
Eusebio uscì gocciolante dalla tinozza. S’inginocchiò di nuovo e l’inquisitore gli asciugò la parte superiore del corpo con un panno pulito. Svitò il contenitore metallico dell’olio sacro e gli segnò il petto e le spalle robuste con l’icona della croce. L’ultimo passaggio lo riservò alla fronte spaziosa, ancora madida di goccioline.
– Dalla cenere della sottomissione e dall’abluzione della purificazione, io ti marchio con il crisma della rinascita. Germina così a nuova vita la tua anima, nella luce del Dio Padre.
Eusebio partecipò al Rito della Resurrezione pronunciando con voce ferma gli otto precetti fondamentali della dottrina di Caeres.
Il cerimoniale volgeva al termine. Rollo tornò a dedicarsi ai suoi adorati strumenti. Impugnò entrambe le pistole.
Bered Han Zhûl, pensò esaminandone il calcio finemente intagliato, i Piccoli Lampi Neri.
Il loro progetto risaliva ai tempi in cui studiava all’Accademia Imperiale degli Ingegneri di Sudhen. Lo aveva concepito tra i suoi laboratori; lo aveva sviluppato e vezzeggiato nelle stagioni entusiaste della giovinezza. Aveva dovuto tuttavia attendere anni prima di realizzarne l’idea. Le Bered Han Zhûl, così come il magnifico Amok Dhûl, erano state forgiate nelle fucine di Rhon, ai tempi in cui ancora esisteva la Repubblica, prima che l’Impero di Caeres tornasse ad annetterla con l’aiuto delle legioni straniere.
– Pronuncia ora il Giuramento della Vita e della Morte. – comandava nel frattempo Sebastian Arelano.
– Io, Eusebio, giuro al cospetto del Dio Padre e mio Unico Signore, come servo del Suo arbitrio, di consacrare la mia vita al Suo nome, di professare senza menzogna il Suo verbo, di combattere con audacia le Sue battaglie, – si schiacciò un pugno sul petto, – fino a che questo cuore cessi di battere, e oltre ancora.
– E io testimonio in Sua vece la fede nelle tue parole. – declamò il vecchio inquisitore. – Alzati fratello Eusebio e ricevi il simbolo che da oggi ti compete. – Gli sfilò la croce lignea dal collo taurino e la sostituì con una copia di metallo. – La tua iniziazione è conclusa. Sei ufficialmente un soldato di Dio, ora. Raccogli le tue armi, ci prepariamo ad andare in battaglia.
Rollo fece scattare i grilletti delle pistole scariche. – Così sia. – mormorò tra sé.





martedì 14 febbraio 2017

Per San Valentino...

...un estratto a tema, sull'emozione irripetibile delle prime volte, sulle implicazioni dell'amore, sulla meraviglia e la tragedia delle sue conseguenze.

"L
a candela brucia discreta spargendo una luce soffice sulle pareti e sul basso soffitto. La fiammella si specchia sulla cera liquefatta raccolta in cima e trattenuta dall’orlo irregolare. Ogni tanto una stilla lo scavalca e rotola giù in una scia che si solidifica veloce attaccandosi al fusto ceroso, cosparso sempre più di globuli coagulati. Il giovane osserva le gocce debordare, le osserva congelarsi nella breve discesa. Le osserva per non pensare alla tensione che gli preme dentro.
   Ha mani e piedi freddi. Eppure la notte è calda, l’estate matura intiepidisce la brezza sulle colline. Il profumo carico del gelsomino filtra attraverso le imposte socchiuse, ma lui percepisce forte l’odore del proprio corpo, in un modo che non ricorda di avere mai sperimentato. Freddo e caldo, profumo e odore, ma soprattutto desiderio e timore. È la notte dei contrasti, delle sensazioni discordanti. Eccitazione e smarrimento. È la notte che tanto aspettava. Forse da sempre.
   La porta si apre con un cigolio lieve alle sue spalle, quasi non volesse turbare le sue riflessioni. Un suono di passi leggeri. Passi piccoli, che tradiscono un’inconsapevole impazienza. Tradiscono anche incertezza? Gli sembra di sì, ma non può dire se sia solo la sua immaginazione. Crede di sì.
   Si avvicinano, lo aggirano, si arrestano. Lui alza gli occhi sulla figura minuta. Il fieno del materasso su cui è seduto fruscia sotto le sue gambe. Il cuore, momentaneamente dimenticato, comincia a battere veloce e leggero, come l’ala d’un uccellino. E da uccellino gli appaiono gli occhi della giovane, fissi nei suoi. Sembra una bambina, timida e spaurita. La veste che indossa, semplice e sottile, si adagia sulle forme delicate del suo corpo attenuandole. Lei sembra accorgersi dei pensieri che lo attraversano e, forse colta alla sprovvista, irrigidisce i lineamenti. Non importa quanto si sforzi, pensa lui con un sorriso segreto, non può mascherare l’agitazione. Né la sua profonda emozione.
   Lei reca un fiore tra le dita, un giglio dai petali carnosi, d’un giallo tenue. Glielo porge.
   – Per te, mio sposo.
   Lui esita, indugia sul suo sguardo concentrato. I suoi occhi scuri paiono alimentati da una sorgente recondita, che tuttavia lui può raggiungere e ammirare poiché nessuna barriera glielo impedisce. Per un attimo ha paura di quel che vi legge, paura di sbagliarsi, d’interpretare con troppa speranza la loro luce. Il rischio d’illudersi lo atterrisce. Paura e trepidazione: sono il riflesso dei suoi stessi sentimenti. In quell’attimo le gambe gli tremano, il respiro gli muore in gola. Lei lo guarda sorpresa. Gli allunga di nuovo il fiore. Lui si riscuote e lo riceve. Sfiora la corolla con il naso, ne inspira la freschezza. Questo lo fa sentire meglio e insieme gli provoca una dolce vertigine. Adagia il giglio sul cuscino e la guarda sorridendo.
   – Oggi sei diventata mia sposa dinanzi agli dèi e dinanzi agli uomini. Questa notte, ti chiedo, vuoi essere sposa dinanzi a quest’uomo, nel corpo e nell’anima?
   Un fremito le increspa il viso. La luce negli occhi tremola, la sua bocca si schiude. Poi un sorriso dolce le incurva le labbra. Si china su di lui, gli posa una mano sulla fronte. È tiepida. La scollatura ricamata della veste si affloscia e lo scintillio di un pendaglio si manifesta tra le pieghe.
   – Ho un po’ paura – bisbiglia nell’intimità d’una segreta confessione. La mano scivola dalla fronte, la punta delle dita sfiora gli occhi, il naso, la bocca. I polpastrelli carezzano la linea delle labbra. Lui li bacia.
   – Anch’io – le sussurra con un sorriso.
  Lei sembra confortata da quell’ammissione. Gli posa le mani sulle guance, poi le fa scorrere tra i capelli, nell’incavo nascosto della nuca. La punta dei loro nasi quasi si tocca.
   Timore e desiderio, emozione e smarrimento…
   – Chiedimelo ancora – l’alito di lei gli sfiora la bocca.
  Lui l’abbraccia. La sente tremare, sembra davvero una bambina. Le posa un bacio leggero sul collo, dietro l’orecchio.
   – Vuoi essere mia sposa stanotte, nel corpo e nell’anima?
   Un istante ancora di tensione, poi il suo corpo si lascia andare. Lo guarda negli occhi e sorride. Lui fatica a focalizzare il mondo attorno a quel sorriso. È come se loro due fossero il soggetto di un quadro: null’altro ha importanza oltre la cornice che li racchiude.
   – Tua sposa, sempre…
   La camicia gli scende oltre le spalle muscolose, trascinata dalle sue dita affusolate. Il giglio d’argento gli balugina sul petto nudo alla luce della candela. L’attira a sé e le loro labbra si trovano, si uniscono, si scambiano il respiro.
   E mentre la notte isola dal mondo il loro nido, benedetta da un’estate carica di promesse, i due amanti si congiungono, in quel modo che tutti conoscono ma che a tutti ogni volta reca meraviglia. La tensione si scioglie in lui come neve acerba al sole d’autunno, si mescola al desiderio e al sentimento, al piacere che sembra liquefargli la pelle stessa. Ma c’è di più. Mentre il corpo di lei si lega al suo, si accorge di percepire le sue sensazioni come mai aveva creduto di poter fare. La loro unione è un doppio filo su cui si scambiano le emozioni. Sente l’anelito che la pervade, l’ardore che non può contenere; sente la paura, la forza con cui lo respinge aggrappandosi ai suoi lombi e alle sue braccia; il dolore, interiore, privato, lancinante, della verginità perduta, un dolore che la ferisce ma che già la passione porta via, lavandolo con il sangue che le scivola tra le cosce. Scosso ed esaltato, sente il cuore dell’uomo sovrapporsi a quello della donna, fondersi nella sintonia d’un battito comune, il cuore dello sposo e quello della sposa, congiunti in un unico sentimento.
   Il groviglio delle emozioni si dipana e trova un nuovo, più armonico intreccio, al quale i due amanti si abbandonano senza remore e, finalmente, senza più alcuna paura. Li trascina in crescendo verso il suo apice delirante. Lo raggiungono, e lei grida senza più capire dove finisca il dolore e cominci la dolcezza di quel piacere infinito; lui le fa eco rilasciando le briglie dei sensi impazziti. L’odore del muschio li ubriaca, l’odore dei loro corpi avvinghiati…
   Lui le liscia i ricci sudati mentre lei gli posa la guancia sul petto madido di sudore. Ascolta i battiti del suo cuore, che stenta a rallentare. È sfinito, nel fisico e nello spirito. Non aveva mai avuto un’esperienza così coinvolgente. Ora giace rilassato, con la bocca impregnata del sapore di ciò che è stato. E intanto un nuovo sentimento gli affiora nel cuore: il senso melanconico di perdita che sempre lo culla quando i legami di carne sono sciolti e lo spirito si ritira. È l’inesprimibile percezione del vuoto che sa di non poter in alcun modo colmare, è al tempo stesso struggimento e nostalgia, come di un luogo visitato e ormai lontano, l’impronta di un sogno ineffabile vivo solo nella memoria. Gli tocca l’anima con dita dolci e amare. È così, come sempre, ma è anche diversa. Diversa da tutte le altre volte in cui ha giaciuto con una donna, le decine di volte in cui ha pagato l’amore illusorio di una prostituta tra le lenzuola unte di un postribolo nei sobborghi di Lum. Non lo circondano il puzzo stantio del bordello, il vociare dei clienti, il fumo, i rumori frettolosi. La fragranza dei campi trasportata dal vento stempera l’aroma pungente dei loro corpi sudati. Ma non è quello a risparmiargli la nausea stordita che ogni volta ha seguito le sue notti di piacere, una sorta di fastidio per quanto compiuto. È il tepore che gli riscalda il cuore a rendere tutto diverso. È lei.
   – Mi sento come… – All’improvviso sente di dover parlare, di dover esprimere la verità che gli balza alla mente. – Come se fosse la prima volta. – La voce gli vacilla, avverte uno strano formicolio al cuore.
   Lei volge gli occhi verso i suoi senza scostare il viso dal petto. Tradisce stupore e imbarazzo.
   – È come se non lo avessi mai fatto, – continua lui, – come se stanotte per me fosse tutto nuovo.
   È sincero, in quel modo spontaneo che a volte, in rari momenti di magica serenità, alle persone capita di essere. Lei lo comprende, glielo legge nello sguardo, e nel rossore pastello delle gote. Gli circonda il collo con le braccia esili e gli bacia il petto. Sta per dire qualcosa, se lo sente. Trattiene il respiro, in attesa.
   – Voglio che tu diventi il padre dei miei figli – sussurra. – Lo voglio più di ogni altra cosa gli dèi possano offrirmi in questo mondo. – I suoi occhi paiono più grandi mentre lo guarda. Gli angoli della bocca si alzano piano incurvandole le labbra in quello che a lui sembra il più tenero dei sorrisi. E con quel sorriso lei s’addormenta.
   Lothar resta sveglio e la rimira. Il viso liscio svela inconsapevole i segni di una grande stanchezza, figlia delle energie fisiche e nervose bruciate. Tuttavia esprime anche immensa serenità, un’emozione quasi sacra. Al buio della stanza, con la candela ormai spenta e fredda, lui potrebbe giurare che la sua pelle emani addirittura un lucore tenue.
   – M’accorgo che t’amo – bisbiglia alla donna sopita. Le labbra di lei si muovono, si lasciano sfuggire un sospiro, quasi l’avesse udito. – M’accorgo che t’amo, ora, più ancora di ieri, quando pensavo incredibile potermene ancora stupire. E allora forse sempre me ne stupirò.
   Chiude gli occhi. Le palpebre si afflosciano pesanti, i muscoli si allentano con un brivido di soddisfazione. In quell’istante tanto speciale, Lothar compie due scoperte. La prima è che si trova nell’unico posto in cui, da quando è nato, ha sempre inconsciamente desiderato essere. L’altra è più amara e gli riverbera nello stomaco come un malessere subdolo. Scopre che esistono momenti nella vita tanto preziosi e coinvolgenti che il loro ricordo provoca dolore già prima che si siano esauriti, che la memoria fa male prima ancora di aver avuto il tempo di tramutarsi in rimpianto.
   La considerazione lo coglie a tradimento, instilla ansia nel suo momento di tranquillità, goccia di fiele in una coppa di latte. Prova a respingerla, dicendosi che c’è sempre la possibilità di tornare a viverli, concretamente, non solo nei luoghi nostalgici della memoria. Riesce a rasserenarsi grazie ai suoi ventun anni e all’invincibile ottimismo che comportano. Si sbaglia, ma non può saperlo. Si sbaglia perché così il Destino ha deciso. Ma soprattutto si sbaglia perché non capisce che la felicità è materia di attimi e che certi attimi sono inestimabili come giaietti in una pietraia. E lui imparerà a vivere in quella pietraia.
   Riapre gli occhi, allarmato dall’improvvisa, folle idea di trovarsi nel letto da solo, prigioniero dei propri sogni.
   Lei è ancora lì: il suo petto si alza e si abbassa al ritmo placido del respiro, la guancia premuta sulla sua pelle nuda.
   – Helena – chiama piano.
   La ama di un amore così intenso che ogni tanto pensarci lo spaventa, poiché sa che potrebbe morire di tanto amore. Stavolta pensa il vero. Si riferisce alla morte fisica, ma esiste una morte più oscura, che è inizio e non fine del dolore, che è strazio continuo, pena che si trascina dietro il corpo, supplizio per lo spirito. La ama e crede di sapere quanto potrebbe soffrire. Eppure il dolore è infame, può sorprenderti ogni giorno svelandoti nuovi abissi e nuove afflizioni. La ama e per un attimo si rende conto che potrebbe giungere persino a odiare per lei…
   La ama, la ama…

   Così si addormenta".



giovedì 9 febbraio 2017

Lothar e l'Estraneo (di nuovo) in cartaceo

Ho ripetuto spesso come, per una serie di ragioni, avessi concepito il progetto di (ri)pubblicazione della "Trilogia di Lothar Basler" e della successiva "Trilogia dell'Estraneo" in via esclusivamente digitale. Malgrado questo, le numerose richieste pervenutemi in questi mesi di avere disponibili i romanzi anche in versione cartacea mi ha convinto a tornare in parte sui miei passi.

Annuncio allora che da qualche giorno i volumi di entrambe le saghe sono acquistabili su Amazon anche nel tradizionale paperback a copertina flessibile.

Per Lothar questo è un ritorno alle origini, compimento a questo punto naturale del suo percorso di andata e ritorno attraverso il mondo editoriale. Per l'Estraneo è una sorta di nuovo esordio, che riguarderà "Il Richiamo del Crepuscolo" ma ovviamente anche i due volumi successivi.

Quale che sia la vostra scelta, su carta o su ebook, non mi resta quindi che augurarvi buona lettura!


mercoledì 25 gennaio 2017

La Necessità di un'Editoria di Qualità

Spesso mi rendo conto di quanta distanza ci sia nella percezione del mondo editoriale tra chi lo osserva dall'esterno e chi invece è addentrato nei suoi scenari. Questo intervento fa luce su molti aspetti interessanti: dai numeri di chi legge in Italia, di chi invece scrive, fino alle tematiche di self-publishing e distribuzione, aiutando a capire in maniera inequivocabile quanto sia difficile proporre opere di qualità garantendosi un (almeno minimo) ritorno di investimento.

 

giovedì 19 gennaio 2017

In viaggio...

Dodici mesi fa, con la riedizione Delos de "La Lama del Dolore", riproponevo in nuova veste la "Trilogia di Lothar Basler", preannunciando al contempo l'esordio in autunno de "La Trilogia dell'Estraneo" tramite la pubblicazione de "Il Richiamo del Crepuscolo".

Un anno esatto, che ha rappresentato per il sottoscritto la ripresa di un cammino mai del tutto interrotto, ma di certo rallentato per motivi di cui mi è capitato di accennare. L'emozione derivata dal macinare sotto ai piedi un nuovo tratto del sentiero è stata quella di un nuovo inizio, la soddisfazione molto simile a quanto provato con la mia prima pubblicazione ormai quasi un decennio fa. L'entusiasmo raccolto dai lettori (vecchi e nuovi) ha scaldato le ossa al viaggiatore, in misura anche maggiore di quanto mi fossi aspettato. Ecco, ce ne erano tanti che mi chiedevano di ripartire, ma il calore ricevuto è stato superiore alle aspettative.

E di questo vi ringrazio, ciascuno di voi, le facce note e sconosciute, quelle che magari prima o poi incontrerò, quelle che resteranno avvolte nella nebbia eppure sempre presenti all'altro capo del filo magico che unisce chi scrive una storia e chi l'accoglie.

E ora?

Il 2017 è cominciato, i giorni si susseguono rapidi. Il sentiero è stato ripreso e le gambe ormai sgranchite hanno voglia di continuare a percorrerlo, per andare a scoprire cosa si nasconde oltre la prossima radura. Novità ce ne saranno, qualcosa riguarderà probabilmente quanto già uscito, qualcos'altro sicuramente il prosieguo della "La Trilogia dell'Estraneo".

E poi?

E poi esistono progetti che vanno oltre e che auspico possano presto affacciarsi anch'essi sul sentiero.

Il resto sono io che cammino e mi godo il sole e la pioggia, il vento e la nebbia, tutto ciò insomma che il viaggio saprà offrirmi. Quel che vorrò e saprò raccontare lo trasferirò a mio modo sulle mie pagine.

Nel caso qualcuno da qualche parte avesse ancora voglia di leggere le mie storie.


venerdì 13 gennaio 2017

Il Tè dell'Estraneo

Quest'oggi sono ospite dell'elegante salotto regency di Miss Darcy per il tè delle cinque, accompagnato da un'insolita intervista...

Cliccate sull'immagine qui sotto per saperne di più.