domenica 12 novembre 2017

12/11/1997

12 Novembre 1997. Venti anni. Da un preludio che è stato primo passo emozionato di un cammino del tutto inconsapevole di quanto a lungo sarebbe durato il viaggio.

Il sole del mattino splendeva pallido tra le nubi che come grigi drappi ancora si attardavano nel cielo.
La brezza mattutina trasportava con sé l’odore della pioggia passata, gelando l’acqua sul mantello del viandante. Questi, dal canto suo, pareva non accorgersene: aveva viaggiato a lungo e non sempre era riuscito a trovare un riparo confortevole dai rovesci che avevano imperversato sulla contrada durante tutta la settimana precedente.

Era autunno ed avevo vent’anni. Ditemi, ve li ricordate i vent’anni? Tanta più energia di ora, aggrovigliata tuttavia in quel periodo in una matassa come di nubi vorticanti, smaniose di scaricare pioggia e lampi senza capire bene come. Fino alla notte in cui, dinanzi a un vecchio PC 486, mi ritrovai specchiato in un monitor lucente, animato di parole che si facevano frasi, di pensieri che si mutavano in capoversi, fino a raccontare il principio di un viaggio. Ed eccole di colpo là, le mie nubi, espresse dinanzi ai miei occhi, esorcizzate da un sole che sbucava tra gli strappi di una tempesta che aveva trovato finalmente sfogo dopo tanto imperversare. E si fotta chi solleva il sopracciglio con aria di sufficienza per via dell’ennesimo incipit meteorologico, chi crede di poter scrivere con le mani ben salde sul timone dei propri paradigmi narrativi. Io quella notte scrivevo incosciente.

Io quella notte scrivevo col cuore.

Come avrei fatto tante altre volte in futuro, come non avrei mai fatto nello stesso modo, poiché le prime volte sono destinate a restare tali, benedizione o condanna, su ogni campo e in ogni universo conosciuto.

Il sole del mattino splendeva…” tra i nembi della mia ispirazione lacerata e per dunque feconda, e un uomo camminava al suo tepore col mantello nero ancora grave di pioggia. Si chiamava Lothar Basler, aveva gli stessi occhi verdi e febbricitanti di chi lo trascinava su quella strada. Era ancora quella lunga notte e io non potevo sapere che per i successivi vent’anni non avrebbe più abbandonato i miei pensieri.

Ma non è semplicemente a Lothar che penso oggi. Penso a cosa ha significato la scelta intrapresa allora di mettere per iscritto le luci e le ombre che s’inseguivano nel mio cuore. Per mesi, ho riversato molto di ciò che ero in un romanzo che non si poneva ancora nemmeno la questione di considerarsi tale. Non possedeva neanche un nome, era un semplice file dal titolo ‘Preludio’, quasi provasse pudore dinanzi ai capitoli che si susseguivano a svilupparne la trama. Scritto su Write, un applicativo minimale nelle funzioni e nella formattazione (sarei passato a Word solo col volume successivo), in parte scritto direttamente a mano su fogli qualsiasi quando pur lontano dalla scrivania non riuscivo a vincere la smania che mi sprofondava nella storia. Eccoli là, sparsi alla rinfusa sul tavolo, fogli ingialliti e stropicciati fitti di prosa o di appunti o di schizzi che hanno costituito le fondamenta di tanto lavoro. Il loro contenuto è spesso cambiato nelle rielaborazioni tese a perfezionarlo fino alle pagine pubblicate, ma il loro senso autentico è sempre lì, nella matita sbiadita, nella penna sbafata, nell’odore lievemente muffito della carta giaciuta per anni in un cassetto.

Penso ai tre romanzi che è diventato, agli altri tre che l’hanno seguito. A quelli di cui non ho ancora mai parlato. Alla loro pubblicazione, la ‘mia’ pubblicazione, il rendere disponibile così tanto dell’intimità dell’autore attraverso librerie, fiere, presentazioni, interviste... Il sogno coronato di raggiungere migliaia di persone con le proprie storie.

In questi vent’anni ho percorso molta più strada di quanto avessi mai pensato. Ho goduto per quel che mi è stato concesso della mia dose di luci della ribalta, ho scoperto le ombre dell’editoria e del mondo che le gira intorno, una moltitudine di spigoli nascosti che dalla platea, senza poter sbirciare dietro le quinte, non puoi nemmeno immaginare.

Scrittore, se scrittore è chi scrive a qualcuno che può e vuole ascoltare.

Scrittore, se scrittore è chi non ha capacità di resistere al richiamo che lo spinge a dare una forma alla tempesta che certe notti gli imperversa nel cuore.

Vent’anni sono un soffio, se ti volti a guardare. Possono farti lacrimare gli occhi quando li contempli d’un colpo mentre la loro memoria finisce per scorrerti troppo veloce sulla pelle. Ho scritto così tanto da quella notte, e se davvero volete conoscere qualcosa di me allora non vi resta che cercare la chiave persa tra le pagine vergate. Ai più non interesserà, e questo è tutto sommato confortante: a loro resterà il piacere - io auspico - di leggerne la storia, di spartire il riso e il pianto coi suoi protagonisti.
Vent’anni da una notte dinanzi uno schermo, col cuore un po’ trepido e un po’ emozionato del viandante riscaldato dal sole dopo giorni di tempesta. Del loro trascorso mi restano sorpresa e nostalgia, e un bagaglio d’esperienza che spero comprenda anche un poco di saggezza.

Ma soprattutto, mi resta la voglia talvolta incontenibile di continuare a viaggiare.




martedì 31 ottobre 2017

Disegno di lutto e dannazione...

"L’urto improvviso lo fece trasalire. La zattera aveva infine raggiunto l’approdo, un molo fatiscente profilato nell’ombra. Sebastian Arelano sentì il fanciullo mugugnare nel sonno. Stava acciambellato a poppa, un rotolo di cima incrostata di melma per guanciale. Sussultava in posizione fetale, il solito fantoccio accanitamente stretto al petto. A prua, la sua guida (o forse era la loro, se includeva il bambino, Sebastian non riusciva davvero a schiarirsi la mente) balzò agilmente sul pontile. Piccola sagoma scura dagli occhi scintillanti, fece biancheggiare il suo terribile sorriso al suo indirizzo mentre ormeggiava la zattera.

Sebastian Arelano rispose con un ghigno tremulo sulle labbra livide. Passò oltre con lo sguardo, fino alla dozzina di occhi materializzatisi nelle tenebre a pochi passi dall’attracco. Li scrutavano cupidi, famelici, bruciati da una febbre che era disperazione e pazzia. Ma l’inquisitore non indugiò: proseguì attraverso i drappi di foschia evanescente che fluttuavano attorno a quegli occhi, risalì le forme scabre della rupe alle loro spalle. In cima si arrestò.

Forme nere, stagliate contro il cielo maculato di stelle. Torri e mura dalle finestre buie, bastioni dai merli sbreccati, guglie spezzate e pinnacoli contorti, un garbuglio dalle estremità aguzze come di ossa esplose dalle fondamenta della roccia.

Il tremito abbandonò le labbra dell’inquisitore e il suo ghigno si affilò come una lama calcinata. Per un momento lo scollamento dei pensieri riottenne il filo e Sebastian Arelano poté scorgere il contorno di un disegno coerente. Il disegno, sul proprio cammino.

In alto, sulla cima di una torre infestata di ombre, qualcuno osservava l’osservatore e i suoi compagni di viaggio. Pensava all’odore ammorbante eppur sensuale del decadimento. Pensava al peso ineffabile delle maledizioni, all’ineluttabilità della sorte capricciosa. Si domandava se quella zattera avesse condotto l’illusione della vana speranza o la sentenza dell’ultima strofa. Non faceva molta differenza, anche questo pensava.


E intanto col pollice strofinava le ali di un vecchio anello graffiato, simbolo di lutto e dannazione."

                                                   (da La Stagione delle Ceneri - Trilogia dell'Estraneo (vol.2))


mercoledì 25 ottobre 2017

10 Sfumature di Cenere...

...per chi apprezza le curiosità.

  1. La prima stesura de "La Stagione delle Ceneri" risale al periodo agosto 2007 - giugno 2008, a conferma della costante che mi impone di confrontarmi in retrospettiva con lavori originati a distanza di anni;
  2. Il romanzo costituisce il cardine attorno a cui ruota la 'Trilogia dell'Estraneo', adempiendo al compito di sviluppare la maggior parte dei temi accennati ne "Il Richiamo del Crepuscolo", seminando al contempo un anticipo di quel che verrà svelato soltanto nel volume finale;
  3. E' un romanzo cui sono molto affezionato. Questo avviene per tutti quelli che ho scritto, com'è naturale che sia, ciascuno per le sue specificità, ciascuno per il periodo della vita in cui mi ha accompagnato. Ma "La Stagione delle Ceneri" è forse quello in cui il quadro mi è apparso fin da subito nitido. Avevo chiaro in mente il titolo, gli episodi, la sorte dei personaggi, il suo finale. Avevo in mente la copertina, un unico soggetto ben definito, diversamente dal ventaglio di idee messe sul tavolo negli altri casi. Non sempre accade, non sempre la strada della narrazione scorre tanto fluida nella testa e nel cuore dell'autore;
  4. In linea con gli altri di questa trilogia e della precedente, anche questo volume è diviso in due parti ('La Macabra Danza della Larenzia' e 'Il Campo di Spade'), anticipate da una prefazione che - caso unico questo - è in versi ('L’Oracolo di Aboriskô');
  5. Dopo le vicende geograficamente localizzate de "Il Richiamo del Crepuscolo" (ambientato principalmente a Lum e dintorni), qui la storia vira sull''on-the-road', toccando luoghi e paesaggi diversi (montagne, borghi, castelli, città);
  6. Il contesto e le atmosfere 'storiche' del primo volume sfumano nel gotico, nel macabro, a tratti nell'horror (come prevedibile dal momento che i protagonisti si spingeranno nella direzione dell'ultimo tramonto);
  7. La coralità della 'Trilogia dell'Estraneo' troverà qui conferma: più protagonisti, molto sfaccettati, circondati da comprimari vecchi e nuovi, cui ho cercato di attribuire profondità di carattere e ruolo;
  8. La guerra che avevo preannunciato mostrerà il volto terribile delle armate che l'hanno scatenata. E sarà l'inizio di molte battaglie a venire;
  9. Compagnia di uomini, donne e bambini. Di animali. Sarà dura sopravvivenza. E non sarà per tutti;
  10. L'Estraneo paleserà presto la sua natura ambigua, ombra e luce, eppur nessuna. Il dono e la condanna del profeta, dell'unico capace di percorrere il confine labile del giorno che appassisce dinanzi alla tenebra perenne.




venerdì 13 ottobre 2017

What an Intriguing Crossover...

Come anticipato diverso tempo fa, ho accettato con molto piacere l'invito degli amici del Ludus Magnus Studio di introdurre Lothar Basler come personaggio di 'Nova Aetas', il tactical boardgame ambientato in uno scenario fantasy-rinascimentale suggestivo e a tinte dark.
Il progetto, 'fondato' su Kickstarter con grande successo, è finalmente giunto a sviluppare il cross-over di Lothar in termini di regole, background ed estetica del modello 3D che lo rappresenterà.
Chi fosse interessato al gioco, non perda tempo a scoprire tutti i suoi altri interessantissimi dettagli al link 'Nova Aetas: Dark Renaissance Tactical Game'!




sabato 30 settembre 2017

Oltre la Cordigliera...

"L’Ohra Ni Kahlos ha oscurato l’occidente.
Sulla spinta di vele nere ha traversato l’oceano.
Il suo seme corrotto ha attecchito a sud, oltre la Cordigliera.
Nella penisola di Altea, la luce muore.
Io l’ho visto con questi miei occhi."


martedì 19 settembre 2017

Si sollevano le Ceneri

Come già annunciato, esce in data odierna "La Stagione delle Ceneri", volume secondo della "Trilogia dell'Estraneo", edito da Delos Digital.

Avremo ovviamente modo di parlarne, oggi mi limito a confermare che l'attesa è conclusa (a beneficio principalmente di tutti quelli che in questi ultimi mesi mi hanno incalzato per sapere quando potessero leggerlo, senza che riuscissi a fornirgli una data precisa... vi ringrazio per la pazienza e auspico con tutto il cuore che la storia saprà ricompensarvi per l'attesa! 😊).

Il Richiamo del Crepuscolo attira a sé il Profeta col suo gregge di Sacrificati. Muta sembianza ma non sostanza, precipitando ogni cosa in un abisso di luce asfissiata.

Siete pronti a seguire l'Estraneo attraverso il confine labile dell'ultimo tramonto?


martedì 12 settembre 2017

La Stagione delle Ceneri

Ed ecco che ci siamo.

Anticipata da alcune delle strofe della profezia enunciata dall'Oracolo di Aboriskô, posso finalmente annunciarvi l'uscita del secondo volume della 'Trilogia dell'Estraneo' in data 19/09/17 (fra una settimana esatta).

Il suo titolo sarà 'La Stagione delle Ceneri', e ad essa spetterà di rispondere alla maggior parte delle molte domande che si sono affastellate nel volume precedente, soprattutto (come chi l'ha già letto concorderà di certo) a ridosso del suo finale. Molte non significa tutte, dal momento che altri interrogativi sono destinati a sorgere, ma posso senz'altro affermare che il nucleo principale della storia emergerà dalla nebbia che l'ha avvolto sinora, in tutti i suoi terribili connotati.

Ci sarà tempo e modo per parlare del nuovo romanzo, nel frattempo vi lascio l'illustrazione che campeggerà in copertina, opera del sempre ottimo Mario Labieni.

"Io sono lo Shûn, l’Estraneo che calca il confine al morir della luce, che insegue il Richiamo del Crepuscolo fin oltre l’orizzonte, ove l’ultimo barlume infine si spegne."


sabato 22 luglio 2017

Fuori, nel mondo, l'estate si trascina morente...

"...Questa era Golcônda e questa fu, per sette sciagurati secoli. Qui Deimno’shin’n fondò la leggenda della Bestia, dell’Urbe dei Dannati e della Gehenna del Re Demonio. Una leggenda tanto terribile e radicata da sopravvivere nella cultura di molti popoli anche a distanza di millenni. Qui il sangue scorse nelle strade e l’Entropia ribollì nelle piazze. E qui colui che, folle di bramosia, ha risvegliato l’antico flagello trova un rifugio sicuro nell’impaziente attesa di ridare vita alla leggenda.

Quattro figure s’appressano agli antichi bastioni della città. Non sanno molto della lunga storia della mostruosa creatura di pietra nera che usurpa e oltraggia l’intera valle. Conoscono i nomi con cui molti prima di loro l’hanno appellata – Sangue, Sofferenza, Disperazione, Morte – ma per loro sono parole vuote che poco spazio trovano nei cuori già colmi di determinazione e cupa inquietudine. Hanno un obiettivo da perseguire e, dopo tutta la strada che hanno percorso per raggiungerlo, nelle loro menti stanche c’è posto per un pensiero soltanto: arrivare in fondo.

Fuori, nel mondo, l’estate si trascina morente sul sentiero delle ultime settimane. Laggiù, nel bel mezzo del sepolcro delle Montagne di Smeraldo, l’aria è attonita e sbiadita, colma del puzzo metallico del sangue. Sembra in attesa di quello che accadrà. Nel cuore della Gehenna, potrebbe essere qualsiasi stagione.

Oppure nessuna."



venerdì 23 giugno 2017

Il Crepuscolo - 2

"Rudger Rembrandt, Primo Generale di Saëgata, osservava sconcertato lo sfacelo del presidio di frontiera nel vallone sotto di sé. Alle sue spalle, la truppa mormorava. Era stato lui, allorché gli esploratori gli avevano riferito delle colonne di fumo che si levavano dal fondovalle, a ordinare che proseguissero tutti assieme in quella direzione invece di mandarli a indagare più da vicino. Il sole scompariva presto oltre le cime, là sulla Cordigliera, e Rudger non era entusiasta dell’idea di accamparsi senza avere dato personalmente un’occhiata. Secondo le guide e le mappe, quello era il più settentrionale fra i presidi che sorvegliavano i confini del Principato di Saëgata, stabilito a cavallo dell’angusto valico che fendeva la catena montuosa a metà fra i rami tributari del fiume Arrena. Avevano seguito la mulattiera fino alla cresta della balza affacciata sul vallone. Lì s’erano fermati, a contemplare il disastro.

Non era un semplice presidio distrutto, raso al suolo nella maggior parte degli edifici di pietra e fumigante in quel poco che ancora resisteva in piedi, lentamente consumato dalle ultime, pervicaci vampe dei roghi ancora caldi. C’erano cadaveri ovunque, sparsi per la valle incrostata di ghiaccio e lingue di neve vecchia. A quella distanza, nella luce debole del giorno morente, non era possibile distinguere le ferite, ma la disposizione caotica con cui erano accasciati palesava gli indizi della lotta. C’erano cadaveri ovunque e ce n’erano nella grossa buca scavata oltre il perimetro recintato del presidio, circondata da enormi mucchi di legna carbonizzata. All’inizio il Primo Generale pensò a una fossa comune che le pale avevano avuto modo di ricoprire solo in parte. Poi, studiando meglio il terreno malamente dissodato e i mucchi di terra e pietrisco gettati senza criterio ai suoi lati, si rese conto che la fossa era stata piuttosto riaperta. Stava domandandosi chi mai, per la grazia degli dèi, avesse avuto in animo di perpetrare una simile profanazione, quando l’esclamazione turbata di uno dei suoi esploratori lo spinse a volgere l’attenzione verso il centro del presidio, dove spiccavano le pareti annerite ma ancora intatte della caserma principale. Lo stendardo bianco-verde di Saëgata sbatteva flaccido su ciò che rimaneva della torre di guardia, schiaffeggiato dalle folate gelide che spiravano per la gola. Ai suoi piedi, immersi in una pozza di tenebra foderata di neve sporca, stavano dozzine di corpi accatastati.

L’esploratore che aveva esclamato studiava a bocca aperta la torre attraverso un cannocchiale foderato di cuoio. Rudger glielo strappò letteralmente di mano, in uno scatto di nervosismo. Puntò lo strumento alla base della fortificazione e subito l’irritazione defluì insieme al sangue dal suo cervello.

Non erano cataste di cadaveri. Erano cataste di pezzi di cadaveri. Pile di teste, cumuli di membra. Rudger scandagliò di nuovo il vallone e vide quello che la distanza sulle prime gli aveva negato: i corpi erano quasi tutti mutilati, privati di parti del corpo o ferocemente dilaniati. Tornò a esaminare la fossa scoperta. Laggiù i cadaveri erano nudi e oltremodo rinsecchiti, ma almeno erano ancora interi.

– Sangue di Volkos… – A imprecare fu il comandante dei Lupi Grigi che, rimediato anch’egli un cannocchiale, aveva appena terminato di contemplare il suo stesso spettacolo. – Che pandemonio è mai accaduto, mio sire?

Rudger abbassò il cannocchiale. Il cielo violetto dell’imbrunire proiettava la sua immane ombra a guisa di pietoso sudario sulla valle. La notte allungava le falangi di ghiaccio a carezzarli sullo sperone di roccia proteso sulla mattanza; là sulla Cordigliera, la primavera era poco più d’una illusione, una promessa ancora difficile da mantenere. Rudger rabbrividì sotto la corazza. Udì gli uomini borbottare agitati. Persino i Lupi Grigi, orgoglio e vanto di Kaisersburg, faticavano a nascondere l’inquietudine. Il Primo Generale non li biasimava, poiché ne condivideva il raccapriccio.

Poi emersero dalle ombre. Da soli o in piccoli gruppi. Forme nere partorite dal ventre devastato del presidio. Alcune strisciavano appesantite dal fardello dei propri corpi contorti, altre avanzavano spedite scivolando sulla sassaia cosparsa di morti. Nude o abbigliate di stracci. Parecchie indossavano ornamenti macabri strappati dalle carni stesse dei cadaveri.

Rudger si concesse un solo istante di puro ribrezzo. – Uomini! – abbaiò quello seguente snudando la spada. – Alle armi!"



domenica 4 giugno 2017

Il Crepuscolo

"Loïc Tissier congedò con un sorriso artefatto lo scrivano cui aveva appena dettato gli ultimi capoversi del rapporto sanitario da spedire a Saëgata. Il ghigno, cortese ma privo di allegria, permase come un crampo sul suo viso scavato anche quando l’attendente si fu chiuso la porta alle spalle, lasciandolo solo nella stanza modesta che costituiva la sua accomodazione privata in quel paesello sperduto alle falde delle montagne.

Si alzò in piedi, fece scorrere il chiavistello alla porta, tirò le tende davanti alle finestre. Agì con la calma metodica che gli era solita, senza fretta. Mise ordine fra le poche cose che attrezzavano il piccolo scrittoio ad angolo. Ne abbassò la saracinesca e si guardò allo specchio appeso di fronte. La superficie unta e la penombra addensavano la sfumatura delle occhiaie profonde. Sbottonò lentamente la camicia fino a scoprirsi il petto magro. Il sorriso contratto tremolò. La pelle pallida, sudaticcia nonostante il clima rigido della primavera pedemontana, era deturpata da piccole piaghe purulenti. Si annidavano a grappoli sotto le ascelle e fra i ciuffi di peli ferrigni che gli incoronavano i capezzoli. Erano circondate da un’aura cinerina dove la pelle tendeva a squamarsi scabbiosa. Era cominciato da un paio di giorni e procedeva come sempre a buon ritmo. Si toccò un angolo della bocca, dove la carne aveva iniziato a sfarinare. Aveva già individuato altri focolai nelle zone genitali e tra le dita dei piedi. Il bruciore che gli pizzicava la narice sinistra lo informava dell’ennesimo nucleo d’infezione attivo. Le labbra furono scosse da un tremito. Le incurvò in una smorfia aspra, come se avesse ingollato una pozione dal sapore pungente.

Reinserì uno a uno i bottoni della camicia nelle asole, sempre con lo stesso scrupolo quasi maniacale. Puoi travisare un sintomo, soleva dire il suo precettore di epidemiologia all’università di Saëgata, lo puoi trascurare… ma non puoi fingere di non averlo visto senza ingannare la tua onestà intellettuale. Ne aveva visitati troppi per illudersi. Ne aveva fatti rinchiudere a decine nel confino spietato della quarantena. L’incubo di quello che aveva visto e udito oltre i recinti di segregazione l’aveva privato del sonno delle ultime settimane. Disperazione, violenza e…

Deglutì a vuoto, deciso a non dragare il fossato putrido della memoria. Aveva udito voci di quarantene date alle fiamme nei pressi dei valichi occidentali. I soldati, morti, contagiati o più semplicemente fuggiti, non erano più in grado di tenere testa alla situazione. La pressione dei profughi che attraversavano la Cordigliera aumentava di giorno in giorno.

Sarebbero giunti presto alle stesse drastiche contromisure anche laggiù.

Aprì la cesta di vimini sotto la scrivania. Ne estrasse un foglio di pergamena arrotolato e assicurato da uno spago sigillato con la ceralacca. Lo posò con delicatezza sulla cima della saracinesca abbassata. La smorfia in cui s’era trasformato il ghigno iniziale era adesso stata sostituita da un sorriso rilassato, pregno di amarezza e solitudine. A parte la pergamena, il cesto conteneva un altro oggetto ripiegato sul fondo. Un rotolo di fune robusta, la cui estremità aveva annodato a cappio nelle ore più buie della notte. Ne accarezzò per qualche istante la sinuosità ruvida, prima di tirarlo fuori.

Pregò gli dèi affinché avessero misericordia di coloro che fossero stati chiamati ad arginare quella pazzia, intanto che faceva scorrere la fune sulla trave portante del soffitto."




martedì 23 maggio 2017

L'intervista che non t'aspetti...

Negli anni di interviste ne ho fatte a decine, tra radio, TV, fiere, riviste, web... ma una che coinvolgesse direttamente un paio dei miei personaggi, al posto del sottoscritto, proprio no!

Mutio e Thorval ospiti di Altea Alaryssa Gardini e delle sue domande molto poco discrete... ;)


venerdì 5 maggio 2017

Meet the Characters - L'Estraneo

Puntata speciale per la carrellata di personaggi de "Il Richiamo del Crepuscolo", dedicata a colui (colei? costui? costei?) cui tocca onore ed onere di conferire il titolo all'intera saga...

L'Estraneo, per l'appunto.

.....

Come un’ombra scivolata oltre la coda dell’occhio distratto, egli vaga.

Per le contrade degli uomini, lungo le vie segrete sepolte sotto la pelle di campagne e città. Viaggia attraverso la ragnatela occulta intessuta nell’epidermide delle carrarecce che solcano colline, selve e pianori, inseguendo il corso delle rotte recondite nel labirinto di vicoli angusti dei borghi affollati. La notte, perlopiù, quando la tenebra è alleata del passo discreto; talvolta di giorno, là dove l’ala dell’ombra si spiega di nascosto al sole di primavera.

Nessuno di coloro che incrocia lo rende mai oggetto d’una occhiata consapevole. Lo sbirciano per il tempo d’un battito di ciglia. Tutto ciò che resta loro è l’alone torbido di un brano di memoria, il riflesso cupo di quell’ombra scorta ma non del tutto registrata; un sussulto inatteso, un disagio fosco. Molti lo sognano la notte successiva, eppure quando si destano sudati non riescono a definire lo spettro onirico evocato dal ricordo fugace. Vi riflettono in preda all’ansia, ma presto la reminiscenza sfuma e la mente non è più capace di ricordare l’oggetto di tanto turbamento. Talora, di rado, si ferma a parlare, chiedere, interrogare. Riceve risposte borbottate, parole nolenti di chi ha fretta di allontanarsi prima di dovere ammettere l’inquietudine che gli monta nel petto. Avvolto dai miasmi untuosi delle taverne appartate, o nel buio serale dei crocicchi isolati di campagna, adesca il passante occasionale e ne ottiene lo scampolo d’informazione di cui abbisogna; poco dopo è già svanito, e il ricordo è l’impronta indefinita d’un brivido sulla pelle.

Vaga, e non sempre il cammino è deciso. Ci sono frangenti in cui la ragione pare offuscata dallo stesso inchiostro fluido della tenebra di cui s’ammanta. Barlumi d’oscurità che sbocciano nella mente, eclissi d’intelletto che lo costringono a indugiare il passo, a nicchiare, rallentare.

Finché l’inchiostro si riassorbe ed egli riprende a vagare.

Fiuta la scia dei cacciatori che lo inseguono e quella più acre della paura che pretendono di ignorare. Lo temono, giacché sanno che non esiste preda e predatore, bensì una pavana complessa in cui i ruoli mutano a ogni ciclo della marea. Altri a venire saranno invitati alla danza, altri attori sul palco a mescolarsi di posto e costume. C’è chi già sogna l’odore appassito del suo strascico di tenebra. Sente l’aroma conturbante di chi c’è e di chi ci sarà.

Ancor più, tuttavia, sente il richiamo sinistro del sole che preme per tramontare sul mondo.




giovedì 20 aprile 2017

Meet the Characters - Uldrich

Nuova puntata di presentazione dei personaggi chiamati sul palco del "Richiamo del Crepuscolo", e stavolta è il turno di qualcuno che eviterei se non strettamente necessario di prendere di petto (o, peggio, alle spalle)...
Uldrich Zimmerman.
Semplicemente noto in ambienti poco raccomandabili come il Rosso.
PS: il disegno è uno degli schizzi privi di pretese elaborato a suo tempo per fissare qualche tratto somatico del personaggio, abbozzato su carta qualsiasi e stropicciata. ;)

.....

Olaf sorrise distratto alla cameriera che gli porgeva la scodella di uova sode e formaggio e il calice di vin cotto che aveva ordinato. Quella parve risentita del disinteresse che mostrò per la scollatura discinta che si era chinata per mettere in evidenza. Raggranellò i ducati d’argento del conto e s’allontanò sculettando indispettita. Olaf non le diede peso; era là per altro che sbattersi le puttane che servivano ai tavoli.


Il suo uomo era seduto al bancone. Beveva e parlottava con l’inserviente che mesceva dalle botti accatastate al muro. Una calca chiassosa era pigiata nello spazio che li separava. L’odore del sudore era forte, mischiato a quello dell’alcol e del vomito. In un angolo si giocava ai dadi. Olaf sorseggiò il vino mentre seguiva le fasi di una partita accanita. Strepiti e bestemmie, denaro che passava velocemente di mano. Un giocatore che aveva alzato troppo il gomito perse la puntata e provò ad accusare chi teneva il banco di averlo ingannato; furono i suoi stessi amici a trascinarlo via, prima che si mettesse nei guai. Scostò dagli occhi una ciocca dei capelli riccioluti e tornò a sorvegliare il bancone.

Il suo uomo era sparito.

Olaf sbatté le palpebre irritate dal fumo. Si era distratto soltanto pochi istanti. Perlustrò la taverna affollata senza scorgerne traccia. Dove diavolo s’era ficc…

- Cerchi qualcuno?

Uldrich si materializzò come d’incanto dall’angolo cieco della sua visuale. Sorrise sornione al suo sobbalzo e, prelevata una sedia dal tavolo a fianco, la usò per accomodarsi di fronte a lui.

- E tu chi sei? - Olaf recuperò in fretta la calma.

Uldrich teneva due boccali colmi di birra nella mano destra. Li piazzò in mezzo al tavolo, scostando il calice già presente. - Qui dentro il vinello cotto lo bevono solo quelli che schifano le donne. Siccome il tuo grugno mi pare virile, ho pensato fosse meglio portarti qualcosa di più appropriato. - Parlava in tono pacato e confidenziale. - Kaiser Ale, la Birra del Condottiero. Un po’ dolce, forse, ma non ero sicuro dei tuoi gusti precisi.

- Chi t’ha dato il permesso di sederti al mio tavolo? - ringhiò Olaf.

- Detto da uno che mi sta alle calcagna da mezzo pomeriggio, non suona molto corretto.

- Che cazzate vai dicendo? - Olaf fece scivolare una mano sotto al tavolo; le dita si strinsero sul pugnale alla cintura.

Uldrich puntò i gomiti sul tavolo per sporgersi di un palmo. - Ho passato anni della mia vita ad annusare la puzza delle ascelle di quelli che provavano a ficcarmi il naso negli affari. Non importa quanto bene si nascondano, se impari a percepirne il fetore sono fregati lo stesso. - Conservava sempre il sorriso bonario ma subito sopra gli occhi scintillavano di malizia. - Adesso bevi quella birra e smetti di recitare la farsa della verginella. - Ingollò un bel sorso di Kaiser Ale.

Olaf lo fissò rigido, la mano sul pugnale. - Che vuoi?

Uldrich mise giù il boccale. - Sai come chiamano questa bettola?

Olaf aveva visto il disegno di una luna ghignante campeggiare sull’ingresso. La scritta non aveva saputo decifrarla. Sospettava in ogni caso che l’altro si riferisse a qualcosa di più della denominazione pubblica.

- Il Pozzo. - rivelò Uldrich. - Perché è facile che l’avventore occasionale che non ne conosca bene gli anfratti faccia fatica a risalirne le pareti fino all’uscita. Ne sono scomparsi a mucchi qui dentro, sai? - Il sorriso affabile si dischiuse sui denti ingialliti. - Ti ci ho portato apposta, mano nella mano. E tu mi hai seguito docile.

Olaf sentì un brivido zampettargli lungo la schiena. Fece saettare gli occhi da un angolo all’altro della taverna. Se quel bastardo credeva di poterlo intrappolare tanto facilmente…

- Rilassati, sono qui per parlarti. - Uldrich sembrò trovare la sua reazione divertente. - Se avessi voluto incastrarti mi sarebbe bastato grattarmi una basetta senza scomodarmi dal bancone. Ora stammi a sentire. Guarda verso destra, oltre la mia spalla, a quel tavolo quadrato. Ma fallo con noncuranza.

Olaf ubbidì, senza però mollare la presa sul pugnale. Tre uomini attorno a un tavolo ingombro degli avanzi della cena. Uno sonnecchiava con la testa appoggiata al muro, presumibilmente sopraffatto dall’alcol. Gli altri due parlottavano di qualcosa di leggero, a giudicare dalle risatine che si scambiavano. - Cos’è che devo vedere?

- Quei tre. Sai chi sono? Sbirri della Polizia privata del principe. - Uldrich sorbì piano la birra.

Olaf sbirciò di nuovo. Sembravano in tutto e per tutto degli avventori ordinari. Né l’abbigliamento, dimesso e conforme al locale, né gli atteggiamenti facevano sospettare alcunché d’insolito.

- Persino loro avrebbero difficoltà a lasciare il Pozzo, se lo volessi. Tuttavia hanno le chiappe assai più protette delle tue, se m’intendi. - Ridacchiò di gusto. - Ma la cosa divertente, la cosa davvero divertente, è l’identità della persona di cui stanno spiando i movimenti. - Le labbra carnose di Uldrich si spalancarono in un sorriso. - Te.

Olaf s’accigliò in preda allo smarrimento. - Che dici?!

- Abbassa la voce. - l’espressione mutò all’improvviso in una smorfia aggressiva. - Prendi invece in mano quel cazzo di boccale e sturati le orecchie.

Olaf ubbidì con riluttanza. Agguantò il boccale con la sinistra, tenendo la destra sempre sotto al tavolo.

Uldrich attese di nuovo sorridente che l’altro trangugiasse il primo sorso, poi riprese: - Non mi frega un soldo bucato di chi la Polizia pedina o rinchiude in galera. Quello che invece mi frega è se la loro preda si mette a giocare alla spia con me e così facendo si tira appresso gli sbirri e me li appiccica al culo. Capisci?

Olaf annuì. - Non m’ero accorto di essere seguito.

- Naturale. Non ti sei neanche accorto di come t’ho portato qui al guinzaglio. Non credevo che la Polizia avesse il fegato di arrischiarsi a mettere piede nel Pozzo. Lo scudiscio del padrone deve sferzarli con vigore, di questi tempi.

- Che vuoi da me?

- Per prima cosa, che la smetti di starmi addosso. So chi sei e immagino chi ti manda. Un guerriero saprà pure giostrare con la spada, se non è ancora morto ammazzato, ma questo non basta mica a renderlo adatto a certe altre mansioni. Sarai pure furbo, se ti hanno scelto per seguirmi, ma io sono più furbo di te. Mettitelo bene in testa. Magari avresti la meglio su un campo di battaglia, ma il fango dei vicoli è sdrucciolevole e le ombre che nascondono mortali. Il tuo incarico finisce qui, hai fatto il meglio che potevi, considerato che non era il tuo mestiere. Ultimamente sono stato un po’ in debito di serenità e questo t’ha facilitato il lavoro, ma la mia mente non è abituata a rimanere poco lucida per troppo tempo di seguito.

- Perché non mi fai semplicemente fuori?

- Sarebbe la scelta più logica, ma non è il caso di alzare troppa polvere con quei tre che ti puntano gli occhi addosso. Dovresti ringraziarli, tutto sommato. Quello che adesso devi comprendere è che la partita è chiusa. Hai la Polizia alle costole, ma è un affare che dovrai sbrigarti da solo. Considera il fatto che te lo abbia reso noto come un pegno da parte mia per toglierti dalle palle.

Per la prima volta da quando Uldrich s’era seduto al suo tavolo, Olaf si concesse un sorriso rilassato: - Un gesto magnanimo da parte tua.

- Forse non cogli neppure quanto. - sussurrò Uldrich serio. - Senti dunque cosa faremo. Terminerai di bere la birra che t’ho offerto e ripulirai il piatto dalle pietanze. Poi ti alzerai dalla sedia e ti dirigerai indifferente verso l’uscita, barcollando il giusto per aver tracannato una pinta di Kaiser Ale. Una volta fuori, allontanati prima che puoi dal quartiere. Non è zona da girare la notte, questa.

- E tu?

- Io da questo momento in poi non devo neppure più transitare per caso nel cervello che ti separa le orecchie. E, - Uldrich socchiuse gli occhi mentre si alzava in piedi, - un ultimo consiglio: occhio alla Polizia, si stufano presto di limitarsi a osservare.

Olaf rimase solo con un nuovo groviglio di pensieri. Finì di bere e di mangiare e, come gli era stato comandato, lasciò in tutta fretta il Pozzo.


venerdì 7 aprile 2017

"Il Richiamo del Crepuscolo" finalista al Premio Italia

Quale modo migliore di iniziare il venerdì, che scoprire che "Il Richiamo del Crepuscolo" è finalista per il 'Premio Italia 2017', nella categoria 'Romanzi Fantasy Italiani'?

Vada come vada, la soddisfazione è in tasca, e il mio ringraziamento più sincero è rivolto a chi lo ha votato e a chi, da lunedì, sceglierà di votarlo ancora. :)


mercoledì 29 marzo 2017

Al volgere del vento, dalla cenere e dal sangue, la terra resusciterà...

"Si destò molto lentamente, emergendo dal sonno con incredibile fatica. Si rizzò a sedere e sbatté le palpebre pesanti. Un brivido di freddo gli corse sulle braccia e sulla schiena e gli strappò un colpo di tosse. Afferrò i lembi della cappa per stringerseli al petto. Le orecchie gli ronzavano leggermente, la testa era come disancorata dalle spalle. Lo stomaco gli pesava e non la smetteva di trasmettergli sgradevoli ondate di nausea. Contemporaneamente un’insolita fame lo tormentava: si sentiva come se non mangiasse da una settimana. Deglutì, ma aveva la bocca secca e la gola irritata dal fumo.

Il fumo.

Chinò gli occhi sull’erba coperta di brina. La pipa giaceva capovolta tra i ciuffi: gli era caduta dalla bocca senza che se ne accorgesse, forse un attimo prima che perdesse coscienza. La afferrò tra l’indice e il pollice. La scosse facendo precipitare a terra i resti bruciacchiati del tabacco e grattò via con un dito i rimasugli più ostinati. Infine la ripose nel borsello. Alzò lo sguardo: il falò ormai spento fumava ancora nell’aria fredda, tre uomini in divisa sonnecchiavano acciambellati lì vicino, tutti imbacuccati. Non era l’unico a essersi addormentato senza volerlo, ma non capiva perché Mutio e Raphael se ne fossero andati senza svegliarlo.

Si tirò in piedi stentando a trovare l’equilibrio, era ancora indolenzito. Il campo dormiva avvolto dalle tenebre. Guardò verso levante strizzando gli occhi per cogliere qualche segno dell’alba ma tutto era buio. Malgrado ciò, percepiva che il giorno non era lontano. Aveva viaggiato e dormito abbastanza sotto le stelle per riconoscere la stasi carica di attesa che caratterizza l’ora più buia della notte, quella che precede il sorgere del sole. Tossì di nuovo, questa volta fu un colpo secco: la gola gli bruciò come se fosse stata trapassata da mille schegge. Scrutò con attenzione i confini dell’accampamento alla ricerca delle sentinelle. Non poté vederle ma immaginò che fossero presenti e vigili. Presto avrebbero suonato i corni per dare la sveglia alle truppe.

Raccolse da terra il cappello che gli era scivolato durante il sonno e se lo infilò in uno dei cinturoni incrociati sul petto. Si coprì la testa con il cappuccio della cappa e s’incamminò verso la tenda. Ancor prima di raggiungerla si accorse che Mutio sedeva solitario una ventina di metri fuori dall’ingresso, il capo e le spalle sotto la pesante coperta che di solito adoperava come giaciglio. Gli rivolgeva la schiena e puntava gli occhi a oriente, muto e immobile. Lothar gli si avvicinò senza fretta soffocando il terzo colpo di tosse. Simone udì i suoi passi, si voltò e lo guardò con gli occhi per nulla offuscati dal sonno.

– Che fai da solo fuori dalla tenda? – gli chiese Lothar, e la voce gli uscì roca dalla gola arsa. – Tra poco suoneranno la sveglia. Sarebbe meglio…

– Sssssh… – Mutio si mise l’indice sinistro davanti al naso. – Lo senti anche tu?

Lothar corrugò la fronte. Si accovacciò con il mantello ben stretto intorno al corpo. Il cuoio vecchio degli stivali scricchiolò sotto le cosce.

– Cosa?

Simone alzò la testa, chiuse gli occhi e dilatò le narici inspirando profondamente. Una traccia d’estasi gli affiorò sul volto.

– Il vento, – mormorò senza guardare, – ha cambiato direzione. Non è più freddo e tagliente come prima. Comincia a profumare. È arrivata la primavera.

Lothar puntò lo sguardo verso l’orizzonte buio. Folate blande e intermittenti spazzavano l’erba ingemmata di brina.

– Io sento solo l’odore del freddo – disse osservando con la coda dell’occhio l’orlo sfilacciato del suo cappuccio mosso dal vento. – L’inverno è alle spalle ma la primavera non può spodestarlo da un giorno all’altro. Ci vorrà del tempo prima di vedere i fiori sbucare dalla crosta della terra. Se davvero potremo vederli… Queste contrade mostrano i segni di ferite profonde. Puzzano di morte, non certo di fiori.

Mutio respirò una seconda boccata d’aria. Poi riaprì gli occhi e lo fissò.

– Resusciterà – ribatté con convinzione. – Come dici tu, ci vorrà del tempo. Ma prima o poi, quando i suoi carnefici saranno cenere buona per concimarla, allora resusciterà. Credo che la terra abbia la scorza dura. Noi passiamo, ma le montagne e i fiumi restano. Resusciterà.

– Forse hai ragione.

– Anche se piagata dalla guerra, non può non reagire all’arrivo della primavera. Io sento che l’odore nell’aria sta cambiando.

Lothar e Mutio si guardarono negli occhi per qualche istante. Poi Lothar gli sedette vicino. Sapeva, sentiva che l’Alteano aveva qualcos’altro da dire che non riguardava il cambio di stagione: ricordava la strana distanza della sera precedente. Attese che si esprimesse, ben sapendo che in quei frangenti ogni esortazione è inutile. Dopo un paio di minuti Simone si decise a parlare.

– Mio figlio dovrebbe nascere le prime settimane di primavera – mormorò senza distogliere lo sguardo dall’orizzonte. – Mi chiedo se i suoi occhi si siano già aperti. E, se sì, dove si trovino ora lui ed Helena.

Lothar ascoltò senza intervenire. Simone stava tastando con cautela il proprio dolore, lui sarebbe stato testimone della sua intima sofferenza, l’avrebbe aiutato a sentirne il gusto agro. L’abitudine a soffrire non lenisce la pena, ma la consapevolezza del proprio dolore è un dono indispensabile, benché sgradito, per poterci convivere.

– Sai quale sarà il suo nome? Quale sarà oppure qual è, se è già venuto al mondo?

Quella precisazione fece sorgere una ruga di amarezza sulla fronte di Mutio.

– Se sarà una bambina, Eva. Lo ha scelto Helena. Ma se nascerà maschio, – il suo tono si addolcì e si arricchì di una nota d’orgoglio, – si chiamerà Mikael. E questa è una scelta mia.

– Mikael non è un nome Alteano – constatò Lothar stupito.

– No, certo che no. Ma mio figlio non nascerà in Altea. Mikael è un nome che mi è sempre piaciuto. Quando vivevo ad Amor e conoscevo tanti pellegrini che venivano dai Principati oltre la Cordigliera, i loro nomi mi suonavano esotici, alcuni li trovavo addirittura bislacchi. Nomi che ancora adesso fatico a pronunciare. Ma Mikael mi è sempre piaciuto. Mio figlio nascerà nel Principato di Lum. Se sarà maschio si chiamerà Mikael, se sarà femmina Eva. Alle volte non è facile vivere da forestiero, in una terra che non è la tua. Anche quando non si è davvero forestieri. Capisci cosa intendo? Mio figlio nascerà nei Principati, con un nome adeguato. Non mi piace l’idea di saperlo trattato con diffidenza e intolleranza dai suoi compaesani per colpa di un nome straniero.

– Capisco cosa vuoi dire. La gente sa essere razzista e sospettosa. Noi stessi a volte ci comportiamo così, senza rendercene conto. O forse, in fondo al cuore, sì.

Mutio incassò la testa tra le spalle e tirò le mani fuori dalla coperta. Lothar vide che teneva stretto tra le dita un fazzoletto. Simone lo svolse su un ginocchio. Sul tessuto, liso e ingiallito, era ricamato un disegno ben riconoscibile nonostante un paio di buchi e molte macchie: era un boccale da birra dal quale spuntavano dei dadi e quattro carte da gioco aperte a ventaglio.

– Lo stemma del Boccale del Gioco – disse Lothar.

– Il Boccale del Gioco. – Mutio pronunciò adagio il nome del suo locale. – Sono passati quasi quattro mesi da quando ho detto addio a Helena, a Holser. Quattro mesi. Mi domando ogni giorno dove sia. Al monastero di Fenice, mi rispondo. I sacerdoti l’assistono nella preparazione al parto oppure si congratulano con lei per lo splendido bimbo che ha messo alla luce. Probabilmente. Ma come posso esserne sicuro? Posso attraversare l’oceano a piedi per andare a sincerarmene, per fugare le mie ansie? Serbo come una reliquia il pensiero di lei e di nostro figlio, lo custodisco nel profondo del cuore. Ma è un pensiero che alle volte mi strugge. – Si portò una mano al viso. Osservò per alcuni istanti le rughe che gli solcavano il palmo. Poi, con un gesto lento e sofferto, sollevò la mano e se la passò sui capelli. La chioma castana gli ricadeva sulle spalle tutta arruffata. – Ho promesso a mia moglie che sarei tornato per farmi fare una nuova treccia da lei. I capelli sono ricresciuti. Forse troppo in fretta.

– È quindi giunto il momento dei rimpianti? – chiese Lothar.

– No – rispose Mutio scuotendo la testa. – No. C’è qualcosa in fondo alla mia coscienza che continua a ripetermi che ho compiuto la scelta giusta. È stata ed è ancora una scelta molto dolorosa, lo sarà sempre. Ma non tutte le scelte giuste sono piacevoli. Qualcosa mi dice che è così. Forse è la voce del Destino. Il fato mi ha voluto qui, al tuo fianco.

Lothar tacque. Rifletté sulle ultime parole.

Il Destino, pensò.

– Torneremo? – domandò Mutio bruscamente.

– Non posso saperlo.

– Tu credi che torneremo?

– Forse lo chiedi alla persona sbagliata. Forse dovresti chiedere a Mighal di interrogare il suo diletto Destino.

Mutio fece un sorriso rilassato.

– Ho idea che la cosa non funzioni proprio così.

– Anche io – aggiunse Lothar sorridendo a sua volta."