mercoledì 28 marzo 2018

Il Campo di Spade...

"Rudger s’ingobbì sul bastone, tanto da allarmare il servitore per la paura che stesse per venire meno. Il Primo Generale gli sussurrò qualcosa all’orecchio e raddrizzò la schiena più che poté.

- Bruciare i miei caduti? Tramutarli in cenere? - Rudger osservò il pulviscolo grigio che vorticava sopra le fiamme. - Sicché è davvero questo che mi resta da fare?

- Viviamo una stagione oscura, dove la luce vacilla e a noi non è dato seppellire i nostri morti. Tutto ciò che possiamo fare è consegnarli alle fiamme, di modo che le loro spoglie possano essere consegnate a loro volta al vento. Cenere nel vento, e il loro ricordo nel cuore.

- Eppure io non mi sono rassegnato. Vieni, non ho finito di farti vedere.

Sostenuto dal servo e dal bastone, Rudger lo portò oltre la cortina fumigante delle fosse incendiate. Attraversarono un boschetto di salici ricoperti di cenere, costeggiarono uno stagno tappezzato di ninfee, fino a raggiungere un vasto spiazzo all’ombra delle mura nord-orientali. Delle aiole e delle siepi che l’avevano decorato non restavano che tracce sporadiche. Un semicerchio di tozze costruzioni marmoree abbracciava lo spiazzo. L’iconografia delle sculture e il senso delle epigrafi non lasciavano dubbi in merito alla loro natura funeraria. Ma non erano i sepolcri a catturare l’attenzione.

L’area erbosa dinanzi ai marmi scintillava del riflesso di decine e decine di lame d’acciaio. Spade, per la maggior parte, conficcate con la punta nell’erba. C’erano anche altre armi: scuri, azze, picche, alabarde. Ma le spade predominavano, di ogni tipo e dimensione. Dalle daghe a lama corta agli stocchi, dalle bastarde a una mano e mezza alle temibili flamberghe da fanteria pesante. Alcune avevano un elmo posato sull’impugnatura, altre uno scudo appeso all’elsa, altre ancora una cintura o un lembo di livrea annodati alla lama. Una piccola, eterogenea foresta di metallo cresciuta in un angolo di quella città disgraziata.

- Quelli sono i sepolcri dei Margravi che hanno scelto di farsi seppellire a Genes. E questo invece, - la voce di Rudger si tramutò in un sospiro - è il nostro omaggio ai compagni caduti. Non possiamo seppellire le loro spoglie nel rispetto delle nostre tradizioni, così piantiamo le loro armi nella terra che rifiuta di accoglierli. Tumuli d’acciaio innalzati in loro memoria. Noi lo chiamiamo il Campo di Spade.

Egli osservò le armi tramutate in lapidi, il riverbero blando della prima luce sulle lame affilate. Su alcune erano ancora intuibili le tracce dell’ultimo sangue spillato. Altre erano opacizzate dal velo di cenere trasportato dalle pire funebri. - Hai riconosciuto una legittima ricompensa a chi ha combattuto al tuo servizio.

- Ricompensa? Le ricompense valgono per i vivi. Ho voluto solo commemorarli come si conviene a dei guerrieri. La loro polvere si disperderà pure nel vento, ma meritavano il loro cimitero. - Rudger chinò il capo e per un po’ sembrò assorbito in contemplazione del Campo di Spade. - Tu che vieni alla mia porta, - si decise quindi a dire, - e che sembri conoscere il vero volto di quest’incubo, rispondimi: oltre a bruciare i caduti e piantare le loro spade, possiamo ancora combattere? Non solo per difenderci in attesa della fine, voglio dire, ma per provare a vincere.

- Io sono qui per questo. - gli rispose laconico."

                                                   (da La Stagione delle Ceneri - Trilogia dell'Estraneo (vol.2))



mercoledì 21 febbraio 2018

Vennero senza fretta sotto la pioggia sferzante...

"Vennero senza fretta sotto la pioggia sferzante. Da dietro l’angolo che conduceva al portale, per spargersi nel quadrilatero irregolare della corte. La maggior parte procedeva eretta, molti zoppicavano, altri ciondolavano curvi per il lastricato nero squarciato dai rovi. C’era chi si appoggiava a una stampella di fortuna, chi si trascinava sui monconi di una o tutt’e due le gambe. Storpi e infermi, il fisico mortificato dagli stenti e, per la gran parte di loro, pervertito dal morbo. Sotto lo scudiscio del temporale, corpi scavati e macilenti, sguardi allagati dalla pazzia.

Invasero la corte di Château Montreuil alla stregua di un gregge orfano di pastore: impacciati, smarriti. In mezzo a loro, fra i dementi e gli appestati, vagavano anche alcuni morti resuscitati. I vivi li ignoravano, finché uno degli zombi non decideva di ghermirne qualcuno per affondargli i denti addosso. Allora si scatenava un piccolo parapiglia che di solito si concludeva col non-morto che portava a terra la vittima per ucciderla e pasteggiare nell’indifferenza generale. Facevano eccezione alcuni di essi che si accucciavano a disputarsi la carcassa con lo zombi assassino in un’agghiacciante crapula fra disperati. Cannibali per necessità, privi di senno come conseguenza, oppure viceversa. Fra loro c’era chi ostentava macabri ornamenti fra gli stracci: uno indossava una rozza collana di denti, un altro un orecchio per ciondolo, un terzo teneva un cranio muffito appeso alla vita. I più pazzi tra i pazzi, scorti solo di sfuggita nella nebbia quando la compagnia aveva attraversato il borgo senza nome.

I vivi e i morti furono fatti entrare a reclamare la carità del conte, nel giorno in cui Sua Grazia apriva la dispensa per spartire le sue vivande. L’evento era stato annunciato. Era stato tuttavia sottaciuto che le scorte del castello erano esaurite. Il conte aveva mantenuto ugualmente la promessa: le porte erano state spalancate e gli invitati accolti fra le mura a banchettare a proprio piacimento con il cibo, quale esso fosse, ivi contenuto.

Il gregge prese lentamente possesso del cortile. Altrettanto lentamente, lo smarrimento scivolò via dai loro sguardi squilibrati, sostituito da un bagliore vorace."

                                                   (da La Stagione delle Ceneri - Trilogia dell'Estraneo (vol.2))


giovedì 18 gennaio 2018

Meet the Characters - Lord Lestat de Montreuil

Riprendo dopo qualche mese la presentazione dei personaggi della "Trilogia dell'Estraneo", introducendone uno che fa la sua comparsa tra le pagine de "La Stagione delle Ceneri".
Si tratta di Lord Lestat, Comte de Montreuil.
Nobile di natali, discendente di una dinastia in origine gloriosa, da tempo decaduta in un baratro di tenebra, incarnazione forse dell'ultimo volo della sfortunata larenzia che campeggia sul blasone della sua casata...
Accompagno l'estratto con un disegno molto 'draft' abbozzato come di consueto senza altra pretesa che connotare su carta l'aspetto del personaggio concepito nella mia testa.

.....

Lord Lestat de Montreuil sembrava un uomo alto e muscoloso. L’apparenza però ingannava: gli indumenti di velluto spesso, il mantello imbottito, le protezioni d’acciaio, tutto nel suo abbigliamento contribuiva ad accentuarne la stazza. Sotto gli strati dei vestiti egli intuiva un fisico un tempo gagliardo, divorato adesso da qualcosa che lo rendeva più sottile e rattrappito. Era giovane il conte, venticinque anni o anche meno, eppure sembrava più vecchio di dieci. Rispetto all’apparizione nel cortile aveva indossato un pettorale d’acciaio sopra il farsetto di velluto viola e bracciali fino ai gomiti e schinieri alle gambe. Si era preparato alla battaglia, il giovane conte. Si leggeva nell’equipaggiamento e nell’intersezione dei lineamenti contratti. Un viso affilato, scarno e tirato. Muscoli in tensione sotto la pelle smunta, occhi che ardevano di luce febbrile. Occhi d’un inquietante colore violetto. E lunga chioma d’un bianco assoluto.

Lord Lestat era albino, nei capelli e nella carnagione. Un giovane albino consumato nella carne e forse anche nella mente dalla stessa infezione oscura che appestava il suo castello.

“Vi aspettavo.” parlò con voce gentile, dall’accento affettato, del tutto diversa dall’idioma brutale degli armigeri. Cominciò a scendere i gradini circolari della torre, senza fretta. Egli scorse il riflesso della lumiera appesa al soffitto sull’anello a forma di farfalla che portava all’anulare della mano destra allorché strinse le dita sull’elsa della spada alla cintura. Lestat sguainò senza fermarsi, con un gesto elegante. Il movimento fu moltiplicato per cento dagli specchi che tappezzavano le pareti della torre. “La Torre degli Specchi,” disse il conte con un sorriso, “l’opera folle di uno dei miei tanti folli antenati. Una volta esistevano anche dei piani, prima che qualche altro conte del passato decidesse di eliminarli. Se vi siete interrogato sulla sua ragione d’esistere, avete sprecato il vostro tempo. La follia non tollera ragioni.”

“Anche io aspettavo di incontrarti.” Egli attese ai piedi della lunga spirale di gradini. Un vivido senso di precognizione d’addensava gradualmente dentro di lui. Percepiva l’imminenza degli eventi nello scricchiolio dei passi del conte e nell’invisibile frullio sulla sua testa. “Per convocarti.”

“Convocarmi?” Lestat scosse il capo. “Avete sprecato altro tempo ancora.”
      
“Io non credo.”

Lestat si bloccò a metà della discesa. Portò la spada di piatto davanti al viso: una lama bastarda istoriata col motivo della farfalla, elsa a crociera decorata di ametiste, lunga impugnatura fasciata di cuoio nero. L’acciaio era lucidato a specchio, in contrasto con la superficie graffiata del pettorale. “Questa è Funerea,” Lestat eseguì un saluto marziale, “la spada dei miei padri. Con essa combatterò, nella loro memoria.”

“Non sono qui per combattere.” Egli cominciò a salire, sagoma nera riflessa negli specchi. “Sono qui per parlare.”

Gli inquietanti occhi violetti di Lestat, cerchiati di pelle livida, seguirono passo passo la sua arrampicata. “So quello che venite a dire, qualcuno prima di voi me l’ha anticipato.”

“E’ dalla mia bocca che lo dovrai udire.”

Egli percorse l’ansa priva di ringhiera delle scale. Raggiunse il pianerottolo mediano su cui lo aspettava Lestat, la spada ancora ritta davanti al viso. Faccia a faccia, si scrutarono con attenzione.

“Io vengo a riferirti le parole di un Oracolo immortale, ti convoco al servizio della luce che lotta per non tramontare.”

La bastarda di Lestat colpì di traverso, fendente a due mani. Egli estrasse in un baleno direttamente con la sinistra, in presa rovescia. La sua spada incontrò Funerea con un clangore risonante. Attraverso le armi incrociate s’incontrarono anche gli sguardi dei due contendenti.

“Non sono qui per combattere. Sono qui a preservare il barlume della speranza dalle tenebre dell’ultimo crepuscolo. Per farlo mi serve il tuo aiuto.”

“Io dalle tenebre sono nato e nelle tenebre sono vissuto.” ansimò Lestat con gli occhi sbarrati. “Non esiste luce a Château Montreuil, non è mai esistita. Dimora atavica di ombre senza speranza di redenzione.”

Lestat spintonò per staccare le spade. Arretrò il piede destro sul gradino superiore, guardia alta a due mani. Egli puntò la sua lama contro il conte. “Non ti sto offrendo una scelta, neanche a te. Tu sei uno dei Sacrificati eletti dal Destino per compiere la profezia. Aprirai gli occhi alla verità e aiuterai altri a farlo. Il Crepuscolo insanguina le montagne attorno al tuo castello, è tempo di venire fuori a combatterlo.”




giovedì 14 dicembre 2017

Presents for Christmas

Che sia un ebook fresco di download o un cartaceo fragrante di stampa, poco importa: a Natale un libro resta sempre un amico fedele di chi il dono lo fa e ancor più di chi lo riceve! 😊


venerdì 1 dicembre 2017

Château Montreuil...

"Château Montreuil, meandro di ombre e anime inquiete.

Egli era una di quelle, ombra fluida che scorreva nell’oscurità, anima in movimento priva di requie. Penetrò il grembo disfatto del castello senza che nessun occhio riuscisse a coglierlo, spasmo repentino delle tenebre rapprese. S’immerse fra le antiche pietre intrise di decadenza e dannazione. Un maniero abbandonato a troppi anni di iettata sorte. Putrida carogna pervicacemente aggrappata al ciglio di una miserabile esistenza, le squallide vestigia di quel che era stato in origine e che immantinente aveva iniziato a corrompersi. Nel tempo del Crepuscolo, un mausoleo di luce defunta.

Sale di pietra nera, crudo basalto disseminato di crepe che racchiudeva le interiora incancrenite del castello. Propaggini spinose dalle finestre sfondate, cumuli di roccia e immondizia, isole di rifiuti attorno a cui galleggiavano come relitti scampoli di mobilio sopravvissuti alla rovina. Pietra corrosa e legno marcescente, l’ossatura intaccata della dimora atavica dei conti di Montreuil. Ovunque, amalgamato alle tenebre e ai viticci di viscida foschia che s’insinuavano dall’esterno, gravava il lezzo rancido della morte.

Egli non era interessato allo sfacelo delle sale o al fetore delle tenebre. I suoi cinque sensi erano tesi a individuare ogni minima avvisaglia lungo il percorso. Adempivano un compito cruciale, sussidiario tuttavia a quello del senso ulteriore che lo spingeva a ricercare come freccia puntata verso l’obiettivo.

Risalì il maschio, torrione massiccio provvisto di stanze disparate a ogni piano. Percorse una sala da pranzo dotata di un immenso camino ancora tiepido di un fuoco da poco estinto. Le travature di quercia del soffitto apparivano ancora solide malgrado la muffa e i drappeggi di ragnatele. Le assi del pavimento cedettero lievemente al suo passaggio discreto, foderate da una profusione di tappeti muffiti. Un desco incrostato di sporcizia, delle sedie con l’imbottitura esplosa, una singola finestra dalle imposte sbarrate incastrata in una strombatura profonda del muro. Era buio là dentro, ma egli riusciva lo stesso a vedere. Quando si è ombra più densa di quelle che ti circondano, persino la tenebra può apparire luminosa. Avanzò fra il tavolo e le sedie, scavalcò le suppellettili ammucchiate sui tappeti. Le pareti della sala da pranzo erano addobbate di vessilli tarlati, pronti all’apparenza a sbriciolarsi al solo essere sfiorati. C’erano anche delle tele con le cornici opacizzate da troppi strati di polvere sedimentata. I dipinti raffiguravano i membri della dinastia dei Montreuil che si erano avvicendati a governare sul Lago dei Lamenti. Facce austere, ottenebrate dal tempo e da una comune espressione di tormento interiore. Parevano costernati i Montreuil, osservavano le ombre grevi della sala dalla scorza annerita della tela con il medesimo sguardo conturbato del loro capostipite nell’affresco del cortile.

Egli registrò a margine le espressioni contrite dei dipinti. Annotò la comunanza dei lineamenti sottili e scavati, il portamento algido immortalato dagli artisti, l’ombra inquietante della disgrazia negli occhi di ciascuno di loro. Assorbì i particolari mentre passava oltre, senza rallentare il passo. Le memorie defunte di quella famiglia non gli interessavano. Egli cercava la discendenza ancora in vita, l’ultimo erede della sciagura.

Raggiunse il quarto piano del maschio senza incontrare nessuno. Un tuono rotolò nel cielo. La pioggia picchettava all’esterno. Il torrione aveva un quinto e ultimo piano. Esisteva anche una porta però, un pannello scrostato che in un tempo lontano qualcuno aveva verniciato di lacca nera. Aperto su una voragine animata da un lucore grigiastro. Egli aveva visto la torre secondaria che spuntava appollaiata sul versante settentrionale del maschio, come un nano sulle spalle di un gigante. Il pannello dischiuso era un invito ad andare. Egli staccò le spalle dal muro, la mano sinistra sull'elsa della spada, e andò.

Un cartiglio di marmo butterato sovrastava la soglia. Versi funerei, già incontrati nella corte all’esterno:

La fiata che lo rampollo dalli capelli d’argento e l’occhi d’ametista
ietterà lo sguardo sullo mondo,
la sorte funesta faria ritorno a ghermir le anime della schiatta alata.
Allor la larenzia vedrà perir in cenere le sue ali
e disperazione verserà sul figliolo maledetto.

Egli si soffermò a leggerli ancora. Udì il mugghio della marea del Destino che s’apprestava a montare. Distante, in rapido avvicinamento.

Un volo frusciante che colma la mente, recitò fra sé, disegno di lutto e dannazione.

Il bagliore grigio pulsava oltre il pannello spalancato. Egli varcò l’ingresso senza fretta per immergersi nella sua anima cinerina. Si ritrovò nella torre abbarbicata al maschio. Un cilindro cavo privo di piani. Una spirale di gradini smussati s’attorcigliava come una serpe di pietra a ridosso delle pareti. Saliva fino al soffitto a cassettoni venti metri sulla sua testa. Gli scalini erano ripidi, sprovvisti di ringhiera, livellati a intervalli regolari da un pianerottolo affacciato sul vuoto. Una lumiera di ferro corroso, carica di moccoli di cera liquefatta, pendeva dal soffitto. Il balenio di cento fiammelle colava per la tromba delle scale. Si rifletteva lubrico lungo tutta la cavità della torre, amplificata dalla sua superficie perfettamente levigata: una miriade di specchi privi di telaio tappezzava infatti ogni palmo delle pareti, decine e decine di placche molate e incastrate a comporre un mosaico plumbeo. La luce riverberava ondivaga, sensibile al sussulto di ogni singola candela.

Egli sbirciò il proprio riflesso distorto dalla convessità degli specchi. Ombra sfocata dai contorni imprecisi. Attorno e sopra di lui, altre ombre intrappolate nelle profondità di altrettanti specchi. Imitavano ogni sua mossa, danzavano in cerchio al suo incedere accorto. Un rumore di sottofondo lottava per non affogare nel tramestio della pioggia sul tetto. Un suono lieve, come un battito leggero oppure un fruscio. Dilatato, in alto sulla sua testa.

Il presagio di Aria, avvertì. Quale che sia, è prossimo ad accadere.

Un altro rumore, più brusco e localizzato, ancora sopra di lui. Lo strusciare di un passo, il tintinnio dell’acciaio. Il sussurro della lama che esce dal fodero. Egli alzò gli occhi sulla figura comparsa dalla porticina all’estremità dell’ultimo pianerottolo.

Lord Lestat, Comte de Montreuil."

                                                   (da La Stagione delle Ceneri - Trilogia dell'Estraneo (vol.2))


giovedì 23 novembre 2017

Nascita di una copertina (again)

Vista la curiosità suscitata dal post nel caso precedente, ho ritenuto interessante coinvolgere di nuovo Mario Labieni, autore di tante copertine e illustrazioni relative ai miei romanzi, domandandogli com'è andata con la creazione della cover de "La Stagione delle Ceneri."
Up to you, Mario...


"L'ideazione della copertina di questo nuovo volume nasce, come le altre, dall'incontro della visione dello scrittore con la mia di illustratore. Non si può prescindere da questo. Un meccanismo ormai collaudato figlio di una perfetta sintonia che trova un ottimo punto di incontro tra parola e disegno.
Spesso dichiaro che le fasi di lavorazione di questo tipo di illustrazione digitale sono numerose e complesse, nella 'Stagione delle Ceneri' trovare i toni giusti, l'atmosfera perfetta e la coerenza tra estetica e contenuti è stato infatti molto impegnativo perché ognuno vede le cose in modo del tutto unico e personale."


"Tecnicamente queste lavorazioni hanno decine e decine di livelli e ore di elaborazione, e chi utilizza software per la grafica sa di cosa parlo.
Ogni libro è un viaggio che mi lascia qualcosa mentre gliene regalo un'altra, uno scambio di mondi. In questo io e Marco Davide siamo molto bravi.
I toni grigi, la foschia, le superfici rappresentate in questo volume sono la perfetta descrizione di una storia, la cui anima è già percepibile a libro chiuso e ti predispone, ti chiama. Di ogni collaborazione comunque trattengo sempre le sensazioni provate e quelle condivise.
Storie, vite, sentimenti, percorsi."


domenica 12 novembre 2017

12/11/1997

12 Novembre 1997. Venti anni. Da un preludio che è stato primo passo emozionato di un cammino del tutto inconsapevole di quanto a lungo sarebbe durato il viaggio.

Il sole del mattino splendeva pallido tra le nubi che come grigi drappi ancora si attardavano nel cielo.
La brezza mattutina trasportava con sé l’odore della pioggia passata, gelando l’acqua sul mantello del viandante. Questi, dal canto suo, pareva non accorgersene: aveva viaggiato a lungo e non sempre era riuscito a trovare un riparo confortevole dai rovesci che avevano imperversato sulla contrada durante tutta la settimana precedente.

Era autunno ed avevo vent’anni. Ditemi, ve li ricordate i vent’anni? Tanta più energia di ora, aggrovigliata tuttavia in quel periodo in una matassa come di nubi vorticanti, smaniose di scaricare pioggia e lampi senza capire bene come. Fino alla notte in cui, dinanzi a un vecchio PC 486, mi ritrovai specchiato in un monitor lucente, animato di parole che si facevano frasi, di pensieri che si mutavano in capoversi, fino a raccontare il principio di un viaggio. Ed eccole di colpo là, le mie nubi, espresse dinanzi ai miei occhi, esorcizzate da un sole che sbucava tra gli strappi di una tempesta che aveva trovato finalmente sfogo dopo tanto imperversare. E si fotta chi solleva il sopracciglio con aria di sufficienza per via dell’ennesimo incipit meteorologico, chi crede di poter scrivere con le mani ben salde sul timone dei propri paradigmi narrativi. Io quella notte scrivevo incosciente.

Io quella notte scrivevo col cuore.

Come avrei fatto tante altre volte in futuro, come non avrei mai fatto nello stesso modo, poiché le prime volte sono destinate a restare tali, benedizione o condanna, su ogni campo e in ogni universo conosciuto.

Il sole del mattino splendeva…” tra i nembi della mia ispirazione lacerata e per dunque feconda, e un uomo camminava al suo tepore col mantello nero ancora grave di pioggia. Si chiamava Lothar Basler, aveva gli stessi occhi verdi e febbricitanti di chi lo trascinava su quella strada. Era ancora quella lunga notte e io non potevo sapere che per i successivi vent’anni non avrebbe più abbandonato i miei pensieri.

Ma non è semplicemente a Lothar che penso oggi. Penso a cosa ha significato la scelta intrapresa allora di mettere per iscritto le luci e le ombre che s’inseguivano nel mio cuore. Per mesi, ho riversato molto di ciò che ero in un romanzo che non si poneva ancora nemmeno la questione di considerarsi tale. Non possedeva neanche un nome, era un semplice file dal titolo ‘Preludio’, quasi provasse pudore dinanzi ai capitoli che si susseguivano a svilupparne la trama. Scritto su Write, un applicativo minimale nelle funzioni e nella formattazione (sarei passato a Word solo col volume successivo), in parte scritto direttamente a mano su fogli qualsiasi quando pur lontano dalla scrivania non riuscivo a vincere la smania che mi sprofondava nella storia. Eccoli là, sparsi alla rinfusa sul tavolo, fogli ingialliti e stropicciati fitti di prosa o di appunti o di schizzi che hanno costituito le fondamenta di tanto lavoro. Il loro contenuto è spesso cambiato nelle rielaborazioni tese a perfezionarlo fino alle pagine pubblicate, ma il loro senso autentico è sempre lì, nella matita sbiadita, nella penna sbafata, nell’odore lievemente muffito della carta giaciuta per anni in un cassetto.

Penso ai tre romanzi che è diventato, agli altri tre che l’hanno seguito. A quelli di cui non ho ancora mai parlato. Alla loro pubblicazione, la ‘mia’ pubblicazione, il rendere disponibile così tanto dell’intimità dell’autore attraverso librerie, fiere, presentazioni, interviste... Il sogno coronato di raggiungere migliaia di persone con le proprie storie.

In questi vent’anni ho percorso molta più strada di quanto avessi mai pensato. Ho goduto per quel che mi è stato concesso della mia dose di luci della ribalta, ho scoperto le ombre dell’editoria e del mondo che le gira intorno, una moltitudine di spigoli nascosti che dalla platea, senza poter sbirciare dietro le quinte, non puoi nemmeno immaginare.

Scrittore, se scrittore è chi scrive a qualcuno che può e vuole ascoltare.

Scrittore, se scrittore è chi non ha capacità di resistere al richiamo che lo spinge a dare una forma alla tempesta che certe notti gli imperversa nel cuore.

Vent’anni sono un soffio, se ti volti a guardare. Possono farti lacrimare gli occhi quando li contempli d’un colpo mentre la loro memoria finisce per scorrerti troppo veloce sulla pelle. Ho scritto così tanto da quella notte, e se davvero volete conoscere qualcosa di me allora non vi resta che cercare la chiave persa tra le pagine vergate. Ai più non interesserà, e questo è tutto sommato confortante: a loro resterà il piacere - io auspico - di leggerne la storia, di spartire il riso e il pianto coi suoi protagonisti.
Vent’anni da una notte dinanzi uno schermo, col cuore un po’ trepido e un po’ emozionato del viandante riscaldato dal sole dopo giorni di tempesta. Del loro trascorso mi restano sorpresa e nostalgia, e un bagaglio d’esperienza che spero comprenda anche un poco di saggezza.

Ma soprattutto, mi resta la voglia talvolta incontenibile di continuare a viaggiare.