lunedì 30 aprile 2018

Quindi attacchi, e nell'attaccare ti difendi...

- Tieni la mano morbida prima del colpo. - spiegò Eusebio. - Fai conto di stringere un batuffolo di bambagia con uno spillo dentro. Se stringi forte, lo spillo ti si pianta nel palmo. Quando porti il pugno, invece, dimenticatene e serra le dita, altrimenti te le rompi.

Il Rosso aprì e chiuse le mani, cercando di figurarsi la bambagia e lo spillo. Le metafore dell’ex-gladiatore erano tanto semplici da comprendere quanto difficili da mettere in pratica. Alzò la guardia davanti al viso. Trasse un lungo respiro, prima di andare all’attacco.

- Fai attenzione, - Eusebio parò la sequenza di pugni con disarmante scioltezza, - vedo che vieni avanti prima di avere formato il pugno. E’ sbagliato. E’ il pugno che deve trascinarti dietro, non viceversa. E stai attento, - penetrò con una manovra fluida la guardia di Uldrich per afferrarlo alla gola, - alla testa.

Il Rosso venne spinto all’indietro. Quelle lezioni cominciavano a farsi irritanti. Se l’era cavata per anni a darle e a prenderle. Nei bassifondi di Lum, in galera… Sapeva picchiare duro e sapeva picchiare sporco. Invece quel brutto ceffo di chierico lo faceva sentire più indifeso di una damigella. Gli riempiva la testa di nozioni astruse. Pensa a questo, pensa a quello. Doveva pensare a un mucchio di cose, spesso in contrasto con quello che il suo istinto lo spingeva a fare. Ogni volta se ne dimenticava qualcuna. Quando tutto s’incastrava alla perfezione, tuttavia, la validità delle tecniche insegnategli da Eusebio risultava lampante. - Non ti va mai bene niente, prete! - lo accusò.

- Non combatti così male, ma ti fai trasportare dall’impeto. - Eusebio si schiacciò un dito sul naso camuso. - Avevo un istruttore che lo chiamava ‘attaccare col naso’. M’ha insegnato a smetterla a forza di rompermelo.

- Non eri un granché nemmeno prima, scommetto. - lo schernì il Rosso.

Eusebio non raccolse la provocazione. - Devi pensare alla tua testa come a un vaso di coccio. Devi tenerla dietro. Se rompono il vaso, per te è finita. Mi hai capito?

- Ho capito, ho capito… - Il Rosso si asciugò la fronte sudata con l’avambraccio. Il sole batteva torrido sulla piazza. Per quanto si fosse sfilato la giubba e avesse arrotolato le maniche della camicia, in pochi minuti l’addestramento si era tramutato in un bagno di sudore. Eusebio, manco a dirlo, tradiva appena un lieve rossore delle guance e, più accentuato, delle orecchie prominenti. Il Rosso guardò con invidia alla piccola platea raccolta all’ombra del porticato che li circondava. Qualche soldato in raro turno di smonta, cittadini sparuti, un cane. Tutti in cerca di una scusa per distrarsi un poco da quel brutto guaio.

- Riprendiamo. - Eusebio richiamò l’attenzione di Uldrich in tono brusco. - Avvicinati, che voglio mostrarti una cosa. - Il Rosso zoppicò fino al punto indicatogli dal chierico. - Ti trovi a distanza lunga dal tuo avversario, può raggiungerti solo con un calcio. Come ti difendi?

Il Rosso sollevò le spalle. - Provo a schivarlo con un passo indietro. O a pararlo.

- Porta il calcio. - lo invitò Eusebio secco.

Uldrich lo scrutò guardingo. Che altro trucco aveva in serbo? Fece perno sulla gamba sana e menò con quella zoppa: una delle sue mosse sgraziate, che tanti nemici aveva colto di sorpresa. Non Eusebio. Anziché difendersi, lui venne avanti. Il Rosso fece a malapena in tempo a sollevare il ginocchio che l’altro gli era già addosso. Impedì alla gamba di distendersi e mimò una serie di pugni e gomitate alla testa e alla gola. Uldrich incespicò all’indietro, Eusebio lo afferrò per impedirgli di cadere.

- Lo puoi parare, certo. Ma se sei aggressivo lo puoi prevenire. E se lo previeni, sarai sicuro di non essere colpito.

- Non dal calcio, - obiettò il Rosso, - ma magari da un altro colpo. Se mi vieni addosso, rischi di sbattere il grugno contro i miei pugni.

- Le labbra carnose di Eusebio di arricciarono. - Valida osservazione. - concesse. - Infatti vale la lezione di prima: testa indietro. Aggressività non vuol dire caricare alla rinfusa. E’ un modo per mettere l’avversario in difficoltà, persino quando ci si difende.

- Quando ci si difende?  - il Rosso stava perdendo il filo del discorso.

- Già. Pensa sempre alla tua difesa nella prospettiva dell’offesa.

Il Rosso allargò le braccia, esasperato. - Se mi difendo, mi difendo. Abbi pazienza, prete, ma non ti seguo un granché.

- La difesa passiva ha dei limiti, non sempre può essere attuata. Per esempio, a corta distanza. Se il tuo avversario sferra un pugno, cosa fai?

Al Rosso sembrava di camminare in cerchio e tornare sempre sugli stessi passi. Si domandò quanto gli giovasse insistere con quegli insegnamenti. Se era sopravvissuto fino ad allora… - Lo paro? - provò.

- Impossibile. - Eusebio scosse la testa. - Non a corta distanza. Il pugno è più veloce dell’occhio. Hai qualche speranza se quello compie un movimento preliminare, una contrazione che lo tradisce mentre sposta il peso del corpo. Serve molta esperienza per coglierli, comunque. Ed è una soluzione pericolosa: se ti basi sulla vista per reagire, puoi cadere nella trappola delle finte. - Il pugno di Eusebio mirò allo stomaco. Uldrich raccolse le braccia per difendersi. Il gomito del chierico si piegò all’improvviso e lo raggiunse come una randellata al collo scoperto. - Chiaro?

- Chiaro… - biascicò Uldrich piegato sulle ginocchia. - E quindi?

- Quindi attacchi, e nell’attaccare ti difendi. Ogni tua parata dev’essere pronta a tramutarsi in un affondo, se non intercetta il colpo dell’avversario. E quando trova il varco, deve entrare dentro e colpire. Colpire e colpire, fino alla vittoria. Non indugiare mai, dammi retta, chiudi il combattimento appena puoi. Più esso si protrae, più rischi di essere ferito o, peggio, sconfitto. Nell’arena mi cimentavo in molte sfide al primo sangue o che non prevedevano morti.

- Ah sì? - Il Rosso si raddrizzò con un ghigno sardonico. - E io che credevo vi scannaste tutti i santi giorni.

Eusebio scosse la testa. - Con quello che costa addestrare un gladiatore, sarebbe folle macellarlo alla leggera. Erano esibizioni cruente e spettacolari, il pubblico aveva il suo sangue, ma senza morti a meno di incidenti. In quei casi la lotta doveva durare il tempo necessario a risarcire gli spettatori del denaro sborsato. Poi però c’erano i duelli all’ultimo sangue. E quelli, - gli occhi pallidi di Eusebio dardeggiarono, - era essenziale chiuderli il prima possibile.
     
Il Rosso ridacchiò con gli occhi bassi. Finse di voltargli le spalle con noncuranza, salvo aggredirlo con un pugno improvviso. Eusebio non era in guardia, nondimeno i suoi riflessi furono sufficienti a consentirgli la parata.

- Non avevi detto che era impossibile parare un pugno da vicino? - gli ringhiò Uldrich faccia a faccia.

- A meno di non cogliere un movimento preparatorio. - replicò il chierico serafico. - E io ho imparato a riconoscere le movenze della tua gamba zoppa.


                                                   (da La Stagione delle Ceneri - Trilogia dell'Estraneo (vol.2))



mercoledì 28 marzo 2018

Il Campo di Spade...

"Rudger s’ingobbì sul bastone, tanto da allarmare il servitore per la paura che stesse per venire meno. Il Primo Generale gli sussurrò qualcosa all’orecchio e raddrizzò la schiena più che poté.

- Bruciare i miei caduti? Tramutarli in cenere? - Rudger osservò il pulviscolo grigio che vorticava sopra le fiamme. - Sicché è davvero questo che mi resta da fare?

- Viviamo una stagione oscura, dove la luce vacilla e a noi non è dato seppellire i nostri morti. Tutto ciò che possiamo fare è consegnarli alle fiamme, di modo che le loro spoglie possano essere consegnate a loro volta al vento. Cenere nel vento, e il loro ricordo nel cuore.

- Eppure io non mi sono rassegnato. Vieni, non ho finito di farti vedere.

Sostenuto dal servo e dal bastone, Rudger lo portò oltre la cortina fumigante delle fosse incendiate. Attraversarono un boschetto di salici ricoperti di cenere, costeggiarono uno stagno tappezzato di ninfee, fino a raggiungere un vasto spiazzo all’ombra delle mura nord-orientali. Delle aiole e delle siepi che l’avevano decorato non restavano che tracce sporadiche. Un semicerchio di tozze costruzioni marmoree abbracciava lo spiazzo. L’iconografia delle sculture e il senso delle epigrafi non lasciavano dubbi in merito alla loro natura funeraria. Ma non erano i sepolcri a catturare l’attenzione.

L’area erbosa dinanzi ai marmi scintillava del riflesso di decine e decine di lame d’acciaio. Spade, per la maggior parte, conficcate con la punta nell’erba. C’erano anche altre armi: scuri, azze, picche, alabarde. Ma le spade predominavano, di ogni tipo e dimensione. Dalle daghe a lama corta agli stocchi, dalle bastarde a una mano e mezza alle temibili flamberghe da fanteria pesante. Alcune avevano un elmo posato sull’impugnatura, altre uno scudo appeso all’elsa, altre ancora una cintura o un lembo di livrea annodati alla lama. Una piccola, eterogenea foresta di metallo cresciuta in un angolo di quella città disgraziata.

- Quelli sono i sepolcri dei Margravi che hanno scelto di farsi seppellire a Genes. E questo invece, - la voce di Rudger si tramutò in un sospiro - è il nostro omaggio ai compagni caduti. Non possiamo seppellire le loro spoglie nel rispetto delle nostre tradizioni, così piantiamo le loro armi nella terra che rifiuta di accoglierli. Tumuli d’acciaio innalzati in loro memoria. Noi lo chiamiamo il Campo di Spade.

Egli osservò le armi tramutate in lapidi, il riverbero blando della prima luce sulle lame affilate. Su alcune erano ancora intuibili le tracce dell’ultimo sangue spillato. Altre erano opacizzate dal velo di cenere trasportato dalle pire funebri. - Hai riconosciuto una legittima ricompensa a chi ha combattuto al tuo servizio.

- Ricompensa? Le ricompense valgono per i vivi. Ho voluto solo commemorarli come si conviene a dei guerrieri. La loro polvere si disperderà pure nel vento, ma meritavano il loro cimitero. - Rudger chinò il capo e per un po’ sembrò assorbito in contemplazione del Campo di Spade. - Tu che vieni alla mia porta, - si decise quindi a dire, - e che sembri conoscere il vero volto di quest’incubo, rispondimi: oltre a bruciare i caduti e piantare le loro spade, possiamo ancora combattere? Non solo per difenderci in attesa della fine, voglio dire, ma per provare a vincere.

- Io sono qui per questo. - gli rispose laconico."

                                                   (da La Stagione delle Ceneri - Trilogia dell'Estraneo (vol.2))



mercoledì 21 febbraio 2018

Vennero senza fretta sotto la pioggia sferzante...

"Vennero senza fretta sotto la pioggia sferzante. Da dietro l’angolo che conduceva al portale, per spargersi nel quadrilatero irregolare della corte. La maggior parte procedeva eretta, molti zoppicavano, altri ciondolavano curvi per il lastricato nero squarciato dai rovi. C’era chi si appoggiava a una stampella di fortuna, chi si trascinava sui monconi di una o tutt’e due le gambe. Storpi e infermi, il fisico mortificato dagli stenti e, per la gran parte di loro, pervertito dal morbo. Sotto lo scudiscio del temporale, corpi scavati e macilenti, sguardi allagati dalla pazzia.

Invasero la corte di Château Montreuil alla stregua di un gregge orfano di pastore: impacciati, smarriti. In mezzo a loro, fra i dementi e gli appestati, vagavano anche alcuni morti resuscitati. I vivi li ignoravano, finché uno degli zombi non decideva di ghermirne qualcuno per affondargli i denti addosso. Allora si scatenava un piccolo parapiglia che di solito si concludeva col non-morto che portava a terra la vittima per ucciderla e pasteggiare nell’indifferenza generale. Facevano eccezione alcuni di essi che si accucciavano a disputarsi la carcassa con lo zombi assassino in un’agghiacciante crapula fra disperati. Cannibali per necessità, privi di senno come conseguenza, oppure viceversa. Fra loro c’era chi ostentava macabri ornamenti fra gli stracci: uno indossava una rozza collana di denti, un altro un orecchio per ciondolo, un terzo teneva un cranio muffito appeso alla vita. I più pazzi tra i pazzi, scorti solo di sfuggita nella nebbia quando la compagnia aveva attraversato il borgo senza nome.

I vivi e i morti furono fatti entrare a reclamare la carità del conte, nel giorno in cui Sua Grazia apriva la dispensa per spartire le sue vivande. L’evento era stato annunciato. Era stato tuttavia sottaciuto che le scorte del castello erano esaurite. Il conte aveva mantenuto ugualmente la promessa: le porte erano state spalancate e gli invitati accolti fra le mura a banchettare a proprio piacimento con il cibo, quale esso fosse, ivi contenuto.

Il gregge prese lentamente possesso del cortile. Altrettanto lentamente, lo smarrimento scivolò via dai loro sguardi squilibrati, sostituito da un bagliore vorace."

                                                   (da La Stagione delle Ceneri - Trilogia dell'Estraneo (vol.2))


giovedì 18 gennaio 2018

Meet the Characters - Lord Lestat de Montreuil

Riprendo dopo qualche mese la presentazione dei personaggi della "Trilogia dell'Estraneo", introducendone uno che fa la sua comparsa tra le pagine de "La Stagione delle Ceneri".
Si tratta di Lord Lestat, Comte de Montreuil.
Nobile di natali, discendente di una dinastia in origine gloriosa, da tempo decaduta in un baratro di tenebra, incarnazione forse dell'ultimo volo della sfortunata larenzia che campeggia sul blasone della sua casata...
Accompagno l'estratto con un disegno molto 'draft' abbozzato come di consueto senza altra pretesa che connotare su carta l'aspetto del personaggio concepito nella mia testa.

.....

Lord Lestat de Montreuil sembrava un uomo alto e muscoloso. L’apparenza però ingannava: gli indumenti di velluto spesso, il mantello imbottito, le protezioni d’acciaio, tutto nel suo abbigliamento contribuiva ad accentuarne la stazza. Sotto gli strati dei vestiti egli intuiva un fisico un tempo gagliardo, divorato adesso da qualcosa che lo rendeva più sottile e rattrappito. Era giovane il conte, venticinque anni o anche meno, eppure sembrava più vecchio di dieci. Rispetto all’apparizione nel cortile aveva indossato un pettorale d’acciaio sopra il farsetto di velluto viola e bracciali fino ai gomiti e schinieri alle gambe. Si era preparato alla battaglia, il giovane conte. Si leggeva nell’equipaggiamento e nell’intersezione dei lineamenti contratti. Un viso affilato, scarno e tirato. Muscoli in tensione sotto la pelle smunta, occhi che ardevano di luce febbrile. Occhi d’un inquietante colore violetto. E lunga chioma d’un bianco assoluto.

Lord Lestat era albino, nei capelli e nella carnagione. Un giovane albino consumato nella carne e forse anche nella mente dalla stessa infezione oscura che appestava il suo castello.

“Vi aspettavo.” parlò con voce gentile, dall’accento affettato, del tutto diversa dall’idioma brutale degli armigeri. Cominciò a scendere i gradini circolari della torre, senza fretta. Egli scorse il riflesso della lumiera appesa al soffitto sull’anello a forma di farfalla che portava all’anulare della mano destra allorché strinse le dita sull’elsa della spada alla cintura. Lestat sguainò senza fermarsi, con un gesto elegante. Il movimento fu moltiplicato per cento dagli specchi che tappezzavano le pareti della torre. “La Torre degli Specchi,” disse il conte con un sorriso, “l’opera folle di uno dei miei tanti folli antenati. Una volta esistevano anche dei piani, prima che qualche altro conte del passato decidesse di eliminarli. Se vi siete interrogato sulla sua ragione d’esistere, avete sprecato il vostro tempo. La follia non tollera ragioni.”

“Anche io aspettavo di incontrarti.” Egli attese ai piedi della lunga spirale di gradini. Un vivido senso di precognizione d’addensava gradualmente dentro di lui. Percepiva l’imminenza degli eventi nello scricchiolio dei passi del conte e nell’invisibile frullio sulla sua testa. “Per convocarti.”

“Convocarmi?” Lestat scosse il capo. “Avete sprecato altro tempo ancora.”
      
“Io non credo.”

Lestat si bloccò a metà della discesa. Portò la spada di piatto davanti al viso: una lama bastarda istoriata col motivo della farfalla, elsa a crociera decorata di ametiste, lunga impugnatura fasciata di cuoio nero. L’acciaio era lucidato a specchio, in contrasto con la superficie graffiata del pettorale. “Questa è Funerea,” Lestat eseguì un saluto marziale, “la spada dei miei padri. Con essa combatterò, nella loro memoria.”

“Non sono qui per combattere.” Egli cominciò a salire, sagoma nera riflessa negli specchi. “Sono qui per parlare.”

Gli inquietanti occhi violetti di Lestat, cerchiati di pelle livida, seguirono passo passo la sua arrampicata. “So quello che venite a dire, qualcuno prima di voi me l’ha anticipato.”

“E’ dalla mia bocca che lo dovrai udire.”

Egli percorse l’ansa priva di ringhiera delle scale. Raggiunse il pianerottolo mediano su cui lo aspettava Lestat, la spada ancora ritta davanti al viso. Faccia a faccia, si scrutarono con attenzione.

“Io vengo a riferirti le parole di un Oracolo immortale, ti convoco al servizio della luce che lotta per non tramontare.”

La bastarda di Lestat colpì di traverso, fendente a due mani. Egli estrasse in un baleno direttamente con la sinistra, in presa rovescia. La sua spada incontrò Funerea con un clangore risonante. Attraverso le armi incrociate s’incontrarono anche gli sguardi dei due contendenti.

“Non sono qui per combattere. Sono qui a preservare il barlume della speranza dalle tenebre dell’ultimo crepuscolo. Per farlo mi serve il tuo aiuto.”

“Io dalle tenebre sono nato e nelle tenebre sono vissuto.” ansimò Lestat con gli occhi sbarrati. “Non esiste luce a Château Montreuil, non è mai esistita. Dimora atavica di ombre senza speranza di redenzione.”

Lestat spintonò per staccare le spade. Arretrò il piede destro sul gradino superiore, guardia alta a due mani. Egli puntò la sua lama contro il conte. “Non ti sto offrendo una scelta, neanche a te. Tu sei uno dei Sacrificati eletti dal Destino per compiere la profezia. Aprirai gli occhi alla verità e aiuterai altri a farlo. Il Crepuscolo insanguina le montagne attorno al tuo castello, è tempo di venire fuori a combatterlo.”




giovedì 14 dicembre 2017

Presents for Christmas

Che sia un ebook fresco di download o un cartaceo fragrante di stampa, poco importa: a Natale un libro resta sempre un amico fedele di chi il dono lo fa e ancor più di chi lo riceve! 😊


venerdì 1 dicembre 2017

Château Montreuil...

"Château Montreuil, meandro di ombre e anime inquiete.

Egli era una di quelle, ombra fluida che scorreva nell’oscurità, anima in movimento priva di requie. Penetrò il grembo disfatto del castello senza che nessun occhio riuscisse a coglierlo, spasmo repentino delle tenebre rapprese. S’immerse fra le antiche pietre intrise di decadenza e dannazione. Un maniero abbandonato a troppi anni di iettata sorte. Putrida carogna pervicacemente aggrappata al ciglio di una miserabile esistenza, le squallide vestigia di quel che era stato in origine e che immantinente aveva iniziato a corrompersi. Nel tempo del Crepuscolo, un mausoleo di luce defunta.

Sale di pietra nera, crudo basalto disseminato di crepe che racchiudeva le interiora incancrenite del castello. Propaggini spinose dalle finestre sfondate, cumuli di roccia e immondizia, isole di rifiuti attorno a cui galleggiavano come relitti scampoli di mobilio sopravvissuti alla rovina. Pietra corrosa e legno marcescente, l’ossatura intaccata della dimora atavica dei conti di Montreuil. Ovunque, amalgamato alle tenebre e ai viticci di viscida foschia che s’insinuavano dall’esterno, gravava il lezzo rancido della morte.

Egli non era interessato allo sfacelo delle sale o al fetore delle tenebre. I suoi cinque sensi erano tesi a individuare ogni minima avvisaglia lungo il percorso. Adempivano un compito cruciale, sussidiario tuttavia a quello del senso ulteriore che lo spingeva a ricercare come freccia puntata verso l’obiettivo.

Risalì il maschio, torrione massiccio provvisto di stanze disparate a ogni piano. Percorse una sala da pranzo dotata di un immenso camino ancora tiepido di un fuoco da poco estinto. Le travature di quercia del soffitto apparivano ancora solide malgrado la muffa e i drappeggi di ragnatele. Le assi del pavimento cedettero lievemente al suo passaggio discreto, foderate da una profusione di tappeti muffiti. Un desco incrostato di sporcizia, delle sedie con l’imbottitura esplosa, una singola finestra dalle imposte sbarrate incastrata in una strombatura profonda del muro. Era buio là dentro, ma egli riusciva lo stesso a vedere. Quando si è ombra più densa di quelle che ti circondano, persino la tenebra può apparire luminosa. Avanzò fra il tavolo e le sedie, scavalcò le suppellettili ammucchiate sui tappeti. Le pareti della sala da pranzo erano addobbate di vessilli tarlati, pronti all’apparenza a sbriciolarsi al solo essere sfiorati. C’erano anche delle tele con le cornici opacizzate da troppi strati di polvere sedimentata. I dipinti raffiguravano i membri della dinastia dei Montreuil che si erano avvicendati a governare sul Lago dei Lamenti. Facce austere, ottenebrate dal tempo e da una comune espressione di tormento interiore. Parevano costernati i Montreuil, osservavano le ombre grevi della sala dalla scorza annerita della tela con il medesimo sguardo conturbato del loro capostipite nell’affresco del cortile.

Egli registrò a margine le espressioni contrite dei dipinti. Annotò la comunanza dei lineamenti sottili e scavati, il portamento algido immortalato dagli artisti, l’ombra inquietante della disgrazia negli occhi di ciascuno di loro. Assorbì i particolari mentre passava oltre, senza rallentare il passo. Le memorie defunte di quella famiglia non gli interessavano. Egli cercava la discendenza ancora in vita, l’ultimo erede della sciagura.

Raggiunse il quarto piano del maschio senza incontrare nessuno. Un tuono rotolò nel cielo. La pioggia picchettava all’esterno. Il torrione aveva un quinto e ultimo piano. Esisteva anche una porta però, un pannello scrostato che in un tempo lontano qualcuno aveva verniciato di lacca nera. Aperto su una voragine animata da un lucore grigiastro. Egli aveva visto la torre secondaria che spuntava appollaiata sul versante settentrionale del maschio, come un nano sulle spalle di un gigante. Il pannello dischiuso era un invito ad andare. Egli staccò le spalle dal muro, la mano sinistra sull'elsa della spada, e andò.

Un cartiglio di marmo butterato sovrastava la soglia. Versi funerei, già incontrati nella corte all’esterno:

La fiata che lo rampollo dalli capelli d’argento e l’occhi d’ametista
ietterà lo sguardo sullo mondo,
la sorte funesta faria ritorno a ghermir le anime della schiatta alata.
Allor la larenzia vedrà perir in cenere le sue ali
e disperazione verserà sul figliolo maledetto.

Egli si soffermò a leggerli ancora. Udì il mugghio della marea del Destino che s’apprestava a montare. Distante, in rapido avvicinamento.

Un volo frusciante che colma la mente, recitò fra sé, disegno di lutto e dannazione.

Il bagliore grigio pulsava oltre il pannello spalancato. Egli varcò l’ingresso senza fretta per immergersi nella sua anima cinerina. Si ritrovò nella torre abbarbicata al maschio. Un cilindro cavo privo di piani. Una spirale di gradini smussati s’attorcigliava come una serpe di pietra a ridosso delle pareti. Saliva fino al soffitto a cassettoni venti metri sulla sua testa. Gli scalini erano ripidi, sprovvisti di ringhiera, livellati a intervalli regolari da un pianerottolo affacciato sul vuoto. Una lumiera di ferro corroso, carica di moccoli di cera liquefatta, pendeva dal soffitto. Il balenio di cento fiammelle colava per la tromba delle scale. Si rifletteva lubrico lungo tutta la cavità della torre, amplificata dalla sua superficie perfettamente levigata: una miriade di specchi privi di telaio tappezzava infatti ogni palmo delle pareti, decine e decine di placche molate e incastrate a comporre un mosaico plumbeo. La luce riverberava ondivaga, sensibile al sussulto di ogni singola candela.

Egli sbirciò il proprio riflesso distorto dalla convessità degli specchi. Ombra sfocata dai contorni imprecisi. Attorno e sopra di lui, altre ombre intrappolate nelle profondità di altrettanti specchi. Imitavano ogni sua mossa, danzavano in cerchio al suo incedere accorto. Un rumore di sottofondo lottava per non affogare nel tramestio della pioggia sul tetto. Un suono lieve, come un battito leggero oppure un fruscio. Dilatato, in alto sulla sua testa.

Il presagio di Aria, avvertì. Quale che sia, è prossimo ad accadere.

Un altro rumore, più brusco e localizzato, ancora sopra di lui. Lo strusciare di un passo, il tintinnio dell’acciaio. Il sussurro della lama che esce dal fodero. Egli alzò gli occhi sulla figura comparsa dalla porticina all’estremità dell’ultimo pianerottolo.

Lord Lestat, Comte de Montreuil."

                                                   (da La Stagione delle Ceneri - Trilogia dell'Estraneo (vol.2))


giovedì 23 novembre 2017

Nascita di una copertina (again)

Vista la curiosità suscitata dal post nel caso precedente, ho ritenuto interessante coinvolgere di nuovo Mario Labieni, autore di tante copertine e illustrazioni relative ai miei romanzi, domandandogli com'è andata con la creazione della cover de "La Stagione delle Ceneri."
Up to you, Mario...


"L'ideazione della copertina di questo nuovo volume nasce, come le altre, dall'incontro della visione dello scrittore con la mia di illustratore. Non si può prescindere da questo. Un meccanismo ormai collaudato figlio di una perfetta sintonia che trova un ottimo punto di incontro tra parola e disegno.
Spesso dichiaro che le fasi di lavorazione di questo tipo di illustrazione digitale sono numerose e complesse, nella 'Stagione delle Ceneri' trovare i toni giusti, l'atmosfera perfetta e la coerenza tra estetica e contenuti è stato infatti molto impegnativo perché ognuno vede le cose in modo del tutto unico e personale."


"Tecnicamente queste lavorazioni hanno decine e decine di livelli e ore di elaborazione, e chi utilizza software per la grafica sa di cosa parlo.
Ogni libro è un viaggio che mi lascia qualcosa mentre gliene regalo un'altra, uno scambio di mondi. In questo io e Marco Davide siamo molto bravi.
I toni grigi, la foschia, le superfici rappresentate in questo volume sono la perfetta descrizione di una storia, la cui anima è già percepibile a libro chiuso e ti predispone, ti chiama. Di ogni collaborazione comunque trattengo sempre le sensazioni provate e quelle condivise.
Storie, vite, sentimenti, percorsi."