sabato 22 luglio 2017

Fuori, nel mondo, l'estate si trascina morente...

"...Questa era Golcônda e questa fu, per sette sciagurati secoli. Qui Deimno’shin’n fondò la leggenda della Bestia, dell’Urbe dei Dannati e della Gehenna del Re Demonio. Una leggenda tanto terribile e radicata da sopravvivere nella cultura di molti popoli anche a distanza di millenni. Qui il sangue scorse nelle strade e l’Entropia ribollì nelle piazze. E qui colui che, folle di bramosia, ha risvegliato l’antico flagello trova un rifugio sicuro nell’impaziente attesa di ridare vita alla leggenda.

Quattro figure s’appressano agli antichi bastioni della città. Non sanno molto della lunga storia della mostruosa creatura di pietra nera che usurpa e oltraggia l’intera valle. Conoscono i nomi con cui molti prima di loro l’hanno appellata – Sangue, Sofferenza, Disperazione, Morte – ma per loro sono parole vuote che poco spazio trovano nei cuori già colmi di determinazione e cupa inquietudine. Hanno un obiettivo da perseguire e, dopo tutta la strada che hanno percorso per raggiungerlo, nelle loro menti stanche c’è posto per un pensiero soltanto: arrivare in fondo.

Fuori, nel mondo, l’estate si trascina morente sul sentiero delle ultime settimane. Laggiù, nel bel mezzo del sepolcro delle Montagne di Smeraldo, l’aria è attonita e sbiadita, colma del puzzo metallico del sangue. Sembra in attesa di quello che accadrà. Nel cuore della Gehenna, potrebbe essere qualsiasi stagione.

Oppure nessuna."



venerdì 23 giugno 2017

Il Crepuscolo - 2

"Rudger Rembrandt, Primo Generale di Saëgata, osservava sconcertato lo sfacelo del presidio di frontiera nel vallone sotto di sé. Alle sue spalle, la truppa mormorava. Era stato lui, allorché gli esploratori gli avevano riferito delle colonne di fumo che si levavano dal fondovalle, a ordinare che proseguissero tutti assieme in quella direzione invece di mandarli a indagare più da vicino. Il sole scompariva presto oltre le cime, là sulla Cordigliera, e Rudger non era entusiasta dell’idea di accamparsi senza avere dato personalmente un’occhiata. Secondo le guide e le mappe, quello era il più settentrionale fra i presidi che sorvegliavano i confini del Principato di Saëgata, stabilito a cavallo dell’angusto valico che fendeva la catena montuosa a metà fra i rami tributari del fiume Arrena. Avevano seguito la mulattiera fino alla cresta della balza affacciata sul vallone. Lì s’erano fermati, a contemplare il disastro.

Non era un semplice presidio distrutto, raso al suolo nella maggior parte degli edifici di pietra e fumigante in quel poco che ancora resisteva in piedi, lentamente consumato dalle ultime, pervicaci vampe dei roghi ancora caldi. C’erano cadaveri ovunque, sparsi per la valle incrostata di ghiaccio e lingue di neve vecchia. A quella distanza, nella luce debole del giorno morente, non era possibile distinguere le ferite, ma la disposizione caotica con cui erano accasciati palesava gli indizi della lotta. C’erano cadaveri ovunque e ce n’erano nella grossa buca scavata oltre il perimetro recintato del presidio, circondata da enormi mucchi di legna carbonizzata. All’inizio il Primo Generale pensò a una fossa comune che le pale avevano avuto modo di ricoprire solo in parte. Poi, studiando meglio il terreno malamente dissodato e i mucchi di terra e pietrisco gettati senza criterio ai suoi lati, si rese conto che la fossa era stata piuttosto riaperta. Stava domandandosi chi mai, per la grazia degli dèi, avesse avuto in animo di perpetrare una simile profanazione, quando l’esclamazione turbata di uno dei suoi esploratori lo spinse a volgere l’attenzione verso il centro del presidio, dove spiccavano le pareti annerite ma ancora intatte della caserma principale. Lo stendardo bianco-verde di Saëgata sbatteva flaccido su ciò che rimaneva della torre di guardia, schiaffeggiato dalle folate gelide che spiravano per la gola. Ai suoi piedi, immersi in una pozza di tenebra foderata di neve sporca, stavano dozzine di corpi accatastati.

L’esploratore che aveva esclamato studiava a bocca aperta la torre attraverso un cannocchiale foderato di cuoio. Rudger glielo strappò letteralmente di mano, in uno scatto di nervosismo. Puntò lo strumento alla base della fortificazione e subito l’irritazione defluì insieme al sangue dal suo cervello.

Non erano cataste di cadaveri. Erano cataste di pezzi di cadaveri. Pile di teste, cumuli di membra. Rudger scandagliò di nuovo il vallone e vide quello che la distanza sulle prime gli aveva negato: i corpi erano quasi tutti mutilati, privati di parti del corpo o ferocemente dilaniati. Tornò a esaminare la fossa scoperta. Laggiù i cadaveri erano nudi e oltremodo rinsecchiti, ma almeno erano ancora interi.

– Sangue di Volkos… – A imprecare fu il comandante dei Lupi Grigi che, rimediato anch’egli un cannocchiale, aveva appena terminato di contemplare il suo stesso spettacolo. – Che pandemonio è mai accaduto, mio sire?

Rudger abbassò il cannocchiale. Il cielo violetto dell’imbrunire proiettava la sua immane ombra a guisa di pietoso sudario sulla valle. La notte allungava le falangi di ghiaccio a carezzarli sullo sperone di roccia proteso sulla mattanza; là sulla Cordigliera, la primavera era poco più d’una illusione, una promessa ancora difficile da mantenere. Rudger rabbrividì sotto la corazza. Udì gli uomini borbottare agitati. Persino i Lupi Grigi, orgoglio e vanto di Kaisersburg, faticavano a nascondere l’inquietudine. Il Primo Generale non li biasimava, poiché ne condivideva il raccapriccio.

Poi emersero dalle ombre. Da soli o in piccoli gruppi. Forme nere partorite dal ventre devastato del presidio. Alcune strisciavano appesantite dal fardello dei propri corpi contorti, altre avanzavano spedite scivolando sulla sassaia cosparsa di morti. Nude o abbigliate di stracci. Parecchie indossavano ornamenti macabri strappati dalle carni stesse dei cadaveri.

Rudger si concesse un solo istante di puro ribrezzo. – Uomini! – abbaiò quello seguente snudando la spada. – Alle armi!"



domenica 4 giugno 2017

Il Crepuscolo

"Loïc Tissier congedò con un sorriso artefatto lo scrivano cui aveva appena dettato gli ultimi capoversi del rapporto sanitario da spedire a Saëgata. Il ghigno, cortese ma privo di allegria, permase come un crampo sul suo viso scavato anche quando l’attendente si fu chiuso la porta alle spalle, lasciandolo solo nella stanza modesta che costituiva la sua accomodazione privata in quel paesello sperduto alle falde delle montagne.

Si alzò in piedi, fece scorrere il chiavistello alla porta, tirò le tende davanti alle finestre. Agì con la calma metodica che gli era solita, senza fretta. Mise ordine fra le poche cose che attrezzavano il piccolo scrittoio ad angolo. Ne abbassò la saracinesca e si guardò allo specchio appeso di fronte. La superficie unta e la penombra addensavano la sfumatura delle occhiaie profonde. Sbottonò lentamente la camicia fino a scoprirsi il petto magro. Il sorriso contratto tremolò. La pelle pallida, sudaticcia nonostante il clima rigido della primavera pedemontana, era deturpata da piccole piaghe purulenti. Si annidavano a grappoli sotto le ascelle e fra i ciuffi di peli ferrigni che gli incoronavano i capezzoli. Erano circondate da un’aura cinerina dove la pelle tendeva a squamarsi scabbiosa. Era cominciato da un paio di giorni e procedeva come sempre a buon ritmo. Si toccò un angolo della bocca, dove la carne aveva iniziato a sfarinare. Aveva già individuato altri focolai nelle zone genitali e tra le dita dei piedi. Il bruciore che gli pizzicava la narice sinistra lo informava dell’ennesimo nucleo d’infezione attivo. Le labbra furono scosse da un tremito. Le incurvò in una smorfia aspra, come se avesse ingollato una pozione dal sapore pungente.

Reinserì uno a uno i bottoni della camicia nelle asole, sempre con lo stesso scrupolo quasi maniacale. Puoi travisare un sintomo, soleva dire il suo precettore di epidemiologia all’università di Saëgata, lo puoi trascurare… ma non puoi fingere di non averlo visto senza ingannare la tua onestà intellettuale. Ne aveva visitati troppi per illudersi. Ne aveva fatti rinchiudere a decine nel confino spietato della quarantena. L’incubo di quello che aveva visto e udito oltre i recinti di segregazione l’aveva privato del sonno delle ultime settimane. Disperazione, violenza e…

Deglutì a vuoto, deciso a non dragare il fossato putrido della memoria. Aveva udito voci di quarantene date alle fiamme nei pressi dei valichi occidentali. I soldati, morti, contagiati o più semplicemente fuggiti, non erano più in grado di tenere testa alla situazione. La pressione dei profughi che attraversavano la Cordigliera aumentava di giorno in giorno.

Sarebbero giunti presto alle stesse drastiche contromisure anche laggiù.

Aprì la cesta di vimini sotto la scrivania. Ne estrasse un foglio di pergamena arrotolato e assicurato da uno spago sigillato con la ceralacca. Lo posò con delicatezza sulla cima della saracinesca abbassata. La smorfia in cui s’era trasformato il ghigno iniziale era adesso stata sostituita da un sorriso rilassato, pregno di amarezza e solitudine. A parte la pergamena, il cesto conteneva un altro oggetto ripiegato sul fondo. Un rotolo di fune robusta, la cui estremità aveva annodato a cappio nelle ore più buie della notte. Ne accarezzò per qualche istante la sinuosità ruvida, prima di tirarlo fuori.

Pregò gli dèi affinché avessero misericordia di coloro che fossero stati chiamati ad arginare quella pazzia, intanto che faceva scorrere la fune sulla trave portante del soffitto."




martedì 23 maggio 2017

L'intervista che non t'aspetti...

Negli anni di interviste ne ho fatte a decine, tra radio, TV, fiere, riviste, web... ma una che coinvolgesse direttamente un paio dei miei personaggi, al posto del sottoscritto, proprio no!

Mutio e Thorval ospiti di Altea Alaryssa Gardini e delle sue domande molto poco discrete... ;)


venerdì 5 maggio 2017

Meet the Characters - L'Estraneo

Puntata speciale per la carrellata di personaggi de "Il Richiamo del Crepuscolo", dedicata a colui (colei? costui? costei?) cui tocca onore ed onere di conferire il titolo all'intera saga...

L'Estraneo, per l'appunto.

.....

Come un’ombra scivolata oltre la coda dell’occhio distratto, egli vaga.

Per le contrade degli uomini, lungo le vie segrete sepolte sotto la pelle di campagne e città. Viaggia attraverso la ragnatela occulta intessuta nell’epidermide delle carrarecce che solcano colline, selve e pianori, inseguendo il corso delle rotte recondite nel labirinto di vicoli angusti dei borghi affollati. La notte, perlopiù, quando la tenebra è alleata del passo discreto; talvolta di giorno, là dove l’ala dell’ombra si spiega di nascosto al sole di primavera.

Nessuno di coloro che incrocia lo rende mai oggetto d’una occhiata consapevole. Lo sbirciano per il tempo d’un battito di ciglia. Tutto ciò che resta loro è l’alone torbido di un brano di memoria, il riflesso cupo di quell’ombra scorta ma non del tutto registrata; un sussulto inatteso, un disagio fosco. Molti lo sognano la notte successiva, eppure quando si destano sudati non riescono a definire lo spettro onirico evocato dal ricordo fugace. Vi riflettono in preda all’ansia, ma presto la reminiscenza sfuma e la mente non è più capace di ricordare l’oggetto di tanto turbamento. Talora, di rado, si ferma a parlare, chiedere, interrogare. Riceve risposte borbottate, parole nolenti di chi ha fretta di allontanarsi prima di dovere ammettere l’inquietudine che gli monta nel petto. Avvolto dai miasmi untuosi delle taverne appartate, o nel buio serale dei crocicchi isolati di campagna, adesca il passante occasionale e ne ottiene lo scampolo d’informazione di cui abbisogna; poco dopo è già svanito, e il ricordo è l’impronta indefinita d’un brivido sulla pelle.

Vaga, e non sempre il cammino è deciso. Ci sono frangenti in cui la ragione pare offuscata dallo stesso inchiostro fluido della tenebra di cui s’ammanta. Barlumi d’oscurità che sbocciano nella mente, eclissi d’intelletto che lo costringono a indugiare il passo, a nicchiare, rallentare.

Finché l’inchiostro si riassorbe ed egli riprende a vagare.

Fiuta la scia dei cacciatori che lo inseguono e quella più acre della paura che pretendono di ignorare. Lo temono, giacché sanno che non esiste preda e predatore, bensì una pavana complessa in cui i ruoli mutano a ogni ciclo della marea. Altri a venire saranno invitati alla danza, altri attori sul palco a mescolarsi di posto e costume. C’è chi già sogna l’odore appassito del suo strascico di tenebra. Sente l’aroma conturbante di chi c’è e di chi ci sarà.

Ancor più, tuttavia, sente il richiamo sinistro del sole che preme per tramontare sul mondo.




giovedì 20 aprile 2017

Meet the Characters - Uldrich

Nuova puntata di presentazione dei personaggi chiamati sul palco del "Richiamo del Crepuscolo", e stavolta è il turno di qualcuno che eviterei se non strettamente necessario di prendere di petto (o, peggio, alle spalle)...
Uldrich Zimmerman.
Semplicemente noto in ambienti poco raccomandabili come il Rosso.
PS: il disegno è uno degli schizzi privi di pretese elaborato a suo tempo per fissare qualche tratto somatico del personaggio, abbozzato su carta qualsiasi e stropicciata. ;)

.....

Olaf sorrise distratto alla cameriera che gli porgeva la scodella di uova sode e formaggio e il calice di vin cotto che aveva ordinato. Quella parve risentita del disinteresse che mostrò per la scollatura discinta che si era chinata per mettere in evidenza. Raggranellò i ducati d’argento del conto e s’allontanò sculettando indispettita. Olaf non le diede peso; era là per altro che sbattersi le puttane che servivano ai tavoli.


Il suo uomo era seduto al bancone. Beveva e parlottava con l’inserviente che mesceva dalle botti accatastate al muro. Una calca chiassosa era pigiata nello spazio che li separava. L’odore del sudore era forte, mischiato a quello dell’alcol e del vomito. In un angolo si giocava ai dadi. Olaf sorseggiò il vino mentre seguiva le fasi di una partita accanita. Strepiti e bestemmie, denaro che passava velocemente di mano. Un giocatore che aveva alzato troppo il gomito perse la puntata e provò ad accusare chi teneva il banco di averlo ingannato; furono i suoi stessi amici a trascinarlo via, prima che si mettesse nei guai. Scostò dagli occhi una ciocca dei capelli riccioluti e tornò a sorvegliare il bancone.

Il suo uomo era sparito.

Olaf sbatté le palpebre irritate dal fumo. Si era distratto soltanto pochi istanti. Perlustrò la taverna affollata senza scorgerne traccia. Dove diavolo s’era ficc…

- Cerchi qualcuno?

Uldrich si materializzò come d’incanto dall’angolo cieco della sua visuale. Sorrise sornione al suo sobbalzo e, prelevata una sedia dal tavolo a fianco, la usò per accomodarsi di fronte a lui.

- E tu chi sei? - Olaf recuperò in fretta la calma.

Uldrich teneva due boccali colmi di birra nella mano destra. Li piazzò in mezzo al tavolo, scostando il calice già presente. - Qui dentro il vinello cotto lo bevono solo quelli che schifano le donne. Siccome il tuo grugno mi pare virile, ho pensato fosse meglio portarti qualcosa di più appropriato. - Parlava in tono pacato e confidenziale. - Kaiser Ale, la Birra del Condottiero. Un po’ dolce, forse, ma non ero sicuro dei tuoi gusti precisi.

- Chi t’ha dato il permesso di sederti al mio tavolo? - ringhiò Olaf.

- Detto da uno che mi sta alle calcagna da mezzo pomeriggio, non suona molto corretto.

- Che cazzate vai dicendo? - Olaf fece scivolare una mano sotto al tavolo; le dita si strinsero sul pugnale alla cintura.

Uldrich puntò i gomiti sul tavolo per sporgersi di un palmo. - Ho passato anni della mia vita ad annusare la puzza delle ascelle di quelli che provavano a ficcarmi il naso negli affari. Non importa quanto bene si nascondano, se impari a percepirne il fetore sono fregati lo stesso. - Conservava sempre il sorriso bonario ma subito sopra gli occhi scintillavano di malizia. - Adesso bevi quella birra e smetti di recitare la farsa della verginella. - Ingollò un bel sorso di Kaiser Ale.

Olaf lo fissò rigido, la mano sul pugnale. - Che vuoi?

Uldrich mise giù il boccale. - Sai come chiamano questa bettola?

Olaf aveva visto il disegno di una luna ghignante campeggiare sull’ingresso. La scritta non aveva saputo decifrarla. Sospettava in ogni caso che l’altro si riferisse a qualcosa di più della denominazione pubblica.

- Il Pozzo. - rivelò Uldrich. - Perché è facile che l’avventore occasionale che non ne conosca bene gli anfratti faccia fatica a risalirne le pareti fino all’uscita. Ne sono scomparsi a mucchi qui dentro, sai? - Il sorriso affabile si dischiuse sui denti ingialliti. - Ti ci ho portato apposta, mano nella mano. E tu mi hai seguito docile.

Olaf sentì un brivido zampettargli lungo la schiena. Fece saettare gli occhi da un angolo all’altro della taverna. Se quel bastardo credeva di poterlo intrappolare tanto facilmente…

- Rilassati, sono qui per parlarti. - Uldrich sembrò trovare la sua reazione divertente. - Se avessi voluto incastrarti mi sarebbe bastato grattarmi una basetta senza scomodarmi dal bancone. Ora stammi a sentire. Guarda verso destra, oltre la mia spalla, a quel tavolo quadrato. Ma fallo con noncuranza.

Olaf ubbidì, senza però mollare la presa sul pugnale. Tre uomini attorno a un tavolo ingombro degli avanzi della cena. Uno sonnecchiava con la testa appoggiata al muro, presumibilmente sopraffatto dall’alcol. Gli altri due parlottavano di qualcosa di leggero, a giudicare dalle risatine che si scambiavano. - Cos’è che devo vedere?

- Quei tre. Sai chi sono? Sbirri della Polizia privata del principe. - Uldrich sorbì piano la birra.

Olaf sbirciò di nuovo. Sembravano in tutto e per tutto degli avventori ordinari. Né l’abbigliamento, dimesso e conforme al locale, né gli atteggiamenti facevano sospettare alcunché d’insolito.

- Persino loro avrebbero difficoltà a lasciare il Pozzo, se lo volessi. Tuttavia hanno le chiappe assai più protette delle tue, se m’intendi. - Ridacchiò di gusto. - Ma la cosa divertente, la cosa davvero divertente, è l’identità della persona di cui stanno spiando i movimenti. - Le labbra carnose di Uldrich si spalancarono in un sorriso. - Te.

Olaf s’accigliò in preda allo smarrimento. - Che dici?!

- Abbassa la voce. - l’espressione mutò all’improvviso in una smorfia aggressiva. - Prendi invece in mano quel cazzo di boccale e sturati le orecchie.

Olaf ubbidì con riluttanza. Agguantò il boccale con la sinistra, tenendo la destra sempre sotto al tavolo.

Uldrich attese di nuovo sorridente che l’altro trangugiasse il primo sorso, poi riprese: - Non mi frega un soldo bucato di chi la Polizia pedina o rinchiude in galera. Quello che invece mi frega è se la loro preda si mette a giocare alla spia con me e così facendo si tira appresso gli sbirri e me li appiccica al culo. Capisci?

Olaf annuì. - Non m’ero accorto di essere seguito.

- Naturale. Non ti sei neanche accorto di come t’ho portato qui al guinzaglio. Non credevo che la Polizia avesse il fegato di arrischiarsi a mettere piede nel Pozzo. Lo scudiscio del padrone deve sferzarli con vigore, di questi tempi.

- Che vuoi da me?

- Per prima cosa, che la smetti di starmi addosso. So chi sei e immagino chi ti manda. Un guerriero saprà pure giostrare con la spada, se non è ancora morto ammazzato, ma questo non basta mica a renderlo adatto a certe altre mansioni. Sarai pure furbo, se ti hanno scelto per seguirmi, ma io sono più furbo di te. Mettitelo bene in testa. Magari avresti la meglio su un campo di battaglia, ma il fango dei vicoli è sdrucciolevole e le ombre che nascondono mortali. Il tuo incarico finisce qui, hai fatto il meglio che potevi, considerato che non era il tuo mestiere. Ultimamente sono stato un po’ in debito di serenità e questo t’ha facilitato il lavoro, ma la mia mente non è abituata a rimanere poco lucida per troppo tempo di seguito.

- Perché non mi fai semplicemente fuori?

- Sarebbe la scelta più logica, ma non è il caso di alzare troppa polvere con quei tre che ti puntano gli occhi addosso. Dovresti ringraziarli, tutto sommato. Quello che adesso devi comprendere è che la partita è chiusa. Hai la Polizia alle costole, ma è un affare che dovrai sbrigarti da solo. Considera il fatto che te lo abbia reso noto come un pegno da parte mia per toglierti dalle palle.

Per la prima volta da quando Uldrich s’era seduto al suo tavolo, Olaf si concesse un sorriso rilassato: - Un gesto magnanimo da parte tua.

- Forse non cogli neppure quanto. - sussurrò Uldrich serio. - Senti dunque cosa faremo. Terminerai di bere la birra che t’ho offerto e ripulirai il piatto dalle pietanze. Poi ti alzerai dalla sedia e ti dirigerai indifferente verso l’uscita, barcollando il giusto per aver tracannato una pinta di Kaiser Ale. Una volta fuori, allontanati prima che puoi dal quartiere. Non è zona da girare la notte, questa.

- E tu?

- Io da questo momento in poi non devo neppure più transitare per caso nel cervello che ti separa le orecchie. E, - Uldrich socchiuse gli occhi mentre si alzava in piedi, - un ultimo consiglio: occhio alla Polizia, si stufano presto di limitarsi a osservare.

Olaf rimase solo con un nuovo groviglio di pensieri. Finì di bere e di mangiare e, come gli era stato comandato, lasciò in tutta fretta il Pozzo.


venerdì 7 aprile 2017

"Il Richiamo del Crepuscolo" finalista al Premio Italia

Quale modo migliore di iniziare il venerdì, che scoprire che "Il Richiamo del Crepuscolo" è finalista per il 'Premio Italia 2017', nella categoria 'Romanzi Fantasy Italiani'?

Vada come vada, la soddisfazione è in tasca, e il mio ringraziamento più sincero è rivolto a chi lo ha votato e a chi, da lunedì, sceglierà di votarlo ancora. :)